In mare aperto, verso l’isola che non c’é

Le spinte della Bce verso una svalutazione dell’euro (circa il 21% negli ultime dodici mesi) nei confronti del dollaro, avrebbero quale principale scopo quello dare una scossa alle esportazioni di merci.

Intanto in Europa (ma altrove non si sta certo meglio), mentre la domanda interna di merci (e investimenti) continua a preoccupare il capitale e la borghesia che lo gestisce, quella estera dà solo qualche piccolo segnale di “ripresa”. Non per le economie dei paesi della periferia europea, tanto più che un conto è il cambio nominale ufficiale e un’altra cosa è quello reale; esso risente delle differenze tra gli aumenti di produttività e quelli di salari e prezzi delle merci prodotte. Differenze che provocano anche fenomeni (negativi per il capitalismo) di svalutazione-deflazione interna.

Aggiungendo anche il diminuito prezzo del petrolio, si dovrebbe verificare – secondo previsioni CE – un avanzo verso l’estero addirittura di 330 miliardi di euro (pari al 3,5% del Pil europeo). Ma è la Germania a fare sempre la parte del… leone, intascando da sola circa 249 miliardi di euro (l’8% del suo Pil). Tutti, o quasi, gli altri Paesi continuano a ridurre (ne sono costretti, e lo fanno da anni) il rapporto “salario reale per addetto/produttività nell’industria”. Secondo dati Nomisma si tratta di una riduzione dello 0,5% contro il 2,5% effettuato dalla Germania. Sotto, allora, con un contenimento (anzi, un taglio) delle cosiddette “dinamiche salariali” per reggere la concorrenza internazionale.

C’è però un grosso scoglio che ostacolerebbe il già arduo cammino del capitale in affannosa ricerca di plusvalore. Si tratterebbe sia del debito delle imprese sia degli Stati: esso viene ingigantito di anno in anno dal calo dei fatturati delle imprese e del ristagno del Pil. Se non si svalutano tutti questi debiti, come si potrà continuare a sostenere la deflazione dei prezzi e del salari? Il dilemma non dà pace alla borghesia. Col pericolo che da qualche “scriteriato” vengano impacchettati e messi in circolazione – cosa molto probabile, visti i precedenti! – i “crediti in sofferenza” con conseguenze disastrose. Basti riflettere sul fatto che metà dei finanziamenti bancari (si parla di oltre 1800 miliardi di euro) non hanno garanzie, e l’altra metà si affida solo a patrimoni spesso privati ed extra aziendali. Uno sbilanciamento da… sofferenza costante con prospettive mortali! Da notare che le Banche italiche lamentano già 185 miliardi di sofferenze, il 12% del Pil…

Ma come fare allora ad uscire da questa crisi sistemica del debito? Come abbattere gli imponenti stock dei debiti pubblici e privati? Senza una loro svalutazione, tutto il resto (naturalmente fatto pagare al proletariato) non serve a niente. Lo lamentano ampi strati della stessa borghesia. Alcune frazioni della borghesia si rendono conto che pur deflazionando in continuazione salari e prezzi (a parte il fatto che solo per i prezzi delle merci gli economisti borghesi vorrebbero inflazione, cioè aumenti, mentre per i salari va bene una deflazione) – nonostante ciò il debito pubblico e privato aumenta a causa anche degli interessi da pagare.

Si crea un disequilibrio – fra i due termini – più che evidente oltre che pericoloso per l’economia capitalista, già in profonda crisi per i motivi che ben sappiamo. Crisi di valorizzazione del capitale, a causa della tendenziale caduta del saggio di profitto; crisi che viene poi aggravata dagli stessi tentativi di contrastarla ricorrendo alla sfera finanziaria e/o ingigantendo i debiti e le speculazioni che assorbono ma non “creano” plusvalore.

È questa una spirale che si avvita attorno al corpo stesso del sistema nella sua totalità e complessità. Diventa evidente come sia impossibile – per la sopravvivenza del sistema stesso – risolvere il problema poiché i due termini sono correlati fra loro. Lo stock del debito aumenta anche in conseguenza della necessità che il capitalismo ha 1) da una parte di contenere (e diminuire) i salari (costo del lavoro vivo) e non aumentare oltre misura i prezzi delle merci che già hanno una scarsa vendita: 2) dall’altra di contenere (e diminuire) anche l’eccessivo peso e condizionamento subito dalla presenza di un debito pubblico e privato di proporzioni enormi. Dunque, non basta l’illusione che sia sufficiente abbassare il costo del lavoro vivo (anche aumentando la sua produttività) per risanare (?) una situazione che non solo nella sfera produttiva ma anche in quella finanziaria (debito) si è fatta irrisolvibile.

La farmacopea borghese non solo non ha più a disposizione medicinali in grado di risolvere la malattia (né mai ne ha avute), ma neppure di lenire le sofferenze che – purtroppo ancora – riesce a scaricare in massima parte sul proletariato. Ma da qualche tempo è costretta a farlo anche sulla piccola e parte della media borghesia, mettendo in crisi non solo economicamente ma anche politicamente tutto il sistema.

Un’altra alternativa (astrattamente teorica, a questo punto) sarebbe quella (invocata dalla “sinistra” borghese, sempre pronta a medicare il paziente!) di aumentare la produttività, un “meccanismo” al momento un po’ arrugginitosi e che comunque, se dovesse rimettersi pienamente in moto, accentuerebbe il già preoccupante esercito dei disoccupati, cioè del lavoro vivo in esubero! Con ulteriori colpi negativi all’acquisto di merci. Senza contare che le cifre dei disoccupati sono ovunque a due numeri; con variazioni mensili che se migliorano dello 0,1%, subito sono il mese successivo negativamente penalizzate dello 0,2%!

In Italia poi, mentre il Governo si arrampica sui vetri pur di declamare fantomatici risultati del Jobs Act, gli analisti di Mediobanca Securities fanno carte false pur di “prevedere” (ancora grazie al Jobs Act) una ottimistica crescita dello 0,9% del Pil in cinque anni (!), creando (forse…) 150mila posti di lavoro entro il 2020, si diceva qualche tempo fa… Un roseo futuro, non c’è che dire, mentre il report Mediobanca ci fa sapere che “il licenziamento è in media il 65% più economico dopo due anni di lavoro e del 35% dopo 5 anni”. Risparmiamo al lettore altri commenti, decisamente lapalissiani…

DC
Sabato, June 27, 2015

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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