Scioperi e lotta di classe nella crisi: qualche considerazione

Qualche giorno fa, abbiamo riportato alcuni dati usciti a marzo sull'andamento del mercato del lavoro in Italia, esemplificativi, dal nostro punto di vista, delle tendenze profonde del capitalismo contemporaneo. Qui, in un certo senso, ci ricolleghiamo a prendendo in considerazione gli aspetti più immediatamente politici.

La situazione della classe operaia”, per dirla con Engels, è pessima, tanto che oggi, come in altre sue epoche storiche, il capitalismo non è nemmeno in grado di assicurare la semplice riproduzione di ampi settori di forza lavoro, perché con salari-stipendi (spesso mascherati da retribuzioni professionistiche) di poche centinaia di euro, è banale dirlo, non si va da nessuna parte e se dietro non ci fosse il cosiddetto welfare familiare, centinaia di migliaia, se non milioni di lavoratori – giovani ma non solo – sarebbero letteralmente alla fame. A questo proposito, è stato calcolato che i “nonni” passano a figli e nipoti tre miliardi e mezzo di euro all'anno, ma altri ritengono che questa cifra sia molto più alta. In pratica, una parte non trascurabile di proletariato e di strati sociali vicini vive con le riserve accantonate durante gli anni del boom economico, della fase ascendente del ciclo di accumulazione, riserve che la persistenza della crisi continua a intaccare, senza che all'orizzonte si intraveda una vera inversione di rotta. In breve, siamo di fronte, anzi, dentro a un degrado generalizzato della nostra classe che le lotte puramente economiche non sono in grado di contrastare, nemmeno se il proletariato fosse incomparabilmente più reattivo e combattivo di quanto non lo sia oggi, come invece si ritiene in certi ambienti della sinistra detta rivoluzionaria. Fra quei compagni (1) è radicata l'idea che non sia il capitalismo a essere in crisi (e crisi epocale, in particolare), ma il proletariato, che, privato del suo sindacato di classe o rosso che dir si voglia, non riesce a condurre le lotte per strappare migliori condizioni di lavoro e quindi di vita. Dunque, una volta ricostruito lo strumento-sindacato adatto allo scopo, si apre la fase della riscossa proletaria e la conseguente possibilità di riconquistare avanzamenti progressivi economico-normativi. Speriamo di non aver dato una rappresentazione distorta delle posizioni di quei compagni, come invece loro fanno regolarmente con le nostre, dipingendoci nella veste di “fancazzisti” (e magari anche un po' codardi) che attendono sulla riva del fiume di veder passare, trasportato dalla corrente, il cadavere del capitalismo, schiattato per il crollo improvviso delle sue strutture portanti. Eventuale caricatura – involontaria – a parte, è certo che i suddetti compagni esprimono un'incapacità assoluta di “leggere” le leggi di movimento del modo di produzione capitalistico e non è un caso – escludendo la malafede, come facciamo – che siano impossibilitati a comprendere le nostre posizioni. Ci attribuiscono infatti la concezione secondo la quale, poiché affermiamo che nella crisi lo spazio per le rivendicazioni si riduce pressoché a zero, sarebbe inutile lottare dentro e fuori il posto di lavoro per difendersi dagli attacchi della borghesia, non restando altro da fare che aspettare (aspettare, appunto, secondo loro) la rivoluzione. Ovviamente, non è così (2): per attaccare bisogna prima sapersi difendere anche e necessariamente sul terreno economico (3), solo che bisogna farlo con gli strumenti adeguati, tra cui non rientrano di sicuro gli scioperi proclamati quaranta giorni prima, come, per esempio, quello indetto dal SiCobas e altri sindacatini “conflittuali” il 18 marzo scorso. Dire che nelle epoche di crisi il riformismo e gli spazi di contrattazione tendono a scomparire - che si espande a dismisura la fascia di quella che Marx chiamava la “sovrappopolazione relativa stagnante(4), che è il capitale a prendere, invece di essere costretto a “dare”- vuol dire che lo scontro capitale-lavoro non è gestibile, non può oggettivamente rimanere rinchiuso dentro i suoi risicatissimi orizzonti economici, ma deve inserirsi in una prospettiva politica rivoluzionaria. Anzi, per meglio dire, questo, per i comunisti, è vero sempre, ma a maggior ragione nella crisi, quando la lotta per reali, massivi miglioramenti o, il che - da certi punti di vista - è lo stesso, per una resistenza generale agli attacchi della borghesia sarebbe costretta ad assumere immediatamente la caratteristica di una lotta per il potere, perché, scontrandosi con le compatibilità capitalistiche, o verrebbe schiacciata - magari dopo essere stata addormentata con concessioni momentanee che il sistema non può permettersi - o dovrebbe compiere il salto qualitativo politico che trasferisce, appunto, lo scontro dal piano economico a quello politico. L'esito di questo scontro, per niente scontato, non può prescindere dalla presenza attiva, ché, anzi, la presuppone, del partito rivoluzionario, agente fondamentale di tale salto. Mai il proletariato, anche quando disponeva di organismi sindacali ben altrimenti potenti, è riuscito con la semplice lotta sindacale a fermare il peggioramento delle proprie condizioni di esistenza nelle fasi discendenti del ciclo di accumulazione, ma, ben che vada, a rallentarlo momentaneamente (5).

Il che, naturalmente, in sé non sarebbe disprezzabile, purché non lo si spacci per una vittoria in sé e per sé, purché questa “vittoria” non serva da alibi per rimandare a data da destinarsi la diffusione nel proletariato della coscienza dell'ineluttabilità dello scontro con il capitale, ritardando la formazione (o la crescita) del partito, strumento politico indispensabile della lotta di classe proletaria.

Ma, e le lotte dei facchini nella logistica – replicano i compagni suddetti – non stanno a dimostrare che una lotta determinata può invece strappare conquiste importanti, a dispetto delle crisi (che, per altro, se c'è, è solo del capitalismo occidentale)? Ora, tanto di cappello ai facchini diretti per lo più dal SiCobas, raro – troppo raro! - esempio di reattività operaia, ma nella logistica si partiva da condizioni di sfruttamento straordinarie, per così dire, e grazie alla tenacia, ai sacrifici di questo spezzone di classe si sono conquistate condizioni di sfruttamento “normale”, cioè anche 1500 euro al mese, con gli straordinari e “qualche sabato lavorativo”. Inoltre, aspetto certamente non secondario (anzi), queste lotte, ed i relativi miglioramenti, hanno coinvolto una parte molto piccola dell'intero proletariato. Ciò significa che guardiamo con la puzza sotto il naso questa “stagione” di scioperi? Solo chi non ci ascolta con la dovuta attenzione o è in malafede può pensarlo: lo ripetiamo, “cappello” ai facchini, ma quelle, oggi, sono le “conquiste” sul piano economico che si possono strappare in un capitalismo in crisi, in cui solo la “morte” del proletariato permette la “vita” del capitale.

Perché tanto "accanimento" su questo punto da parte nostra? Perché, a nostro avviso, una mala interpretazione della questione contribuisce a generare errori politici da parte delle "avanguardie" che potrebbero essere fatali per lo sviluppo della lotta di classe. Bisogna partire col prendere atto del limite della lotta rivendicativa - che non potrà assumere le stesse caratteristiche avute nel capitalismo ottocentesco - e trasmettere tale consapevolezza agli stessi lavoratori. Non certamente per deprimerli ma per evitare inutili illusioni (e delusioni...) e mostrare con ancora più evidenza quando sia indispensabile andare oltre la lotta rivendicativa stessa, impegnandosi da subito intorno per un progetto di lavoro politico finalizzato al superamento del capitalismo e alla realizzare di una sistema economico e sociale senza profitto. Anziché dire ai lavoratori che bisogna costruire un nuovo organismo permanente per la lotta economica, l'ennesimo sindacato, questi proletari vanno coinvolti nel lavoro di costruzione e radicamento del partito internazionale del proletariato, senza il quale non potrà mai realizzarsi alcuna reale trasformazione della società.

CB

(1) Essi sono guidati da una concezione fondamentalmente secondinternazionalistica. Molti di quei compagni negano la crisi e parlano invece di crisi di ristrutturazione, il che significa dire quasi una banalità. La ristrutturazione è un processo insito nella crisi e si muove lungo le linee di quelle che Marx definisce controtendenze. Controtendenze che non annullano la legge generale della caduta del saggio di profitto, ma ne rallentano, sempre in termini capitalistici, l'affermazione nel breve periodo per rilanciarla in avanti. Il problema sta nell'assolutizzazione delle controtendenze, dando a queste un valore taumaturgico rispetto alla crisi stessa, che da strutturale diviene di conseguenza ciclica. Questa lettura della crisi provoca non poche ricadute sul piano politico di cui, per esempio, Lotta Comunista e derivati (vedi Combat) sono portatori. Una lettura, come s'è detto, tutto sommato di stampo secondinternazionalista e che lega le sorti della classe operaia ai destini progressivi dello sviluppo capitalistico. Un processo ininterrotto in cui la attività di classe si snoda principalmente dentro un terreno sindacale (esuliamo per il momento dal come), che la vede muoversi, ora in difesa ora in attacco, dentro alle determinazioni del ciclo capitalistico, ma sempre per difendere o acquisire migliori posizioni all'interno dello stesso. Una posizione fondamentalmente riformista, al di là del dogmatismo leninista recitato a ogni piè sospinto. In questo schema generale la classe operaia, legandosi alle sorti progressive del capitalismo in eterno sviluppo dentro le sue crisi cicliche e di ristrutturazione, può solo schierarsi sui suoi interessi immediati e mai pervenire a essere classe per sé. Una lettura meccanicista, polo opposto dei fautori della crisi-crollo, che sbocca nel riformismo e che appunto, ripetiamo, ha molto a che vedere con la II Internazionale, fatte le dovute differenze di tempo e di luogo.

(2) Per tale questione, rimandiamo alle nostre numerosissime pubblicazioni presenti sul sito e in particolare, per quelle più recenti, ai numeri di Prometeo della VII serie (dal 2009 in avanti).

(3) Sempre fondamentali rimangono le considerazioni di Marx:

Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano col capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento generale.

Salario, prezzo e profitto, Editori Riuniti, 1971, p. 112

C'è da dire che la classe, oggi, più che per viltà non lotta per una serie di motivi, in primo luogo la debolezza oggettiva provocata da un trentennio abbondante di ristrutturazione economica e da altro ancora; ma anche su tale questione si trova abbondante materiale nella nostra pubblicistica.

(4)

La terza categoria della sovrappopolazione relativa, quella stagnante, costituisce una parte dell'esercito operaio attivo, ma con occupazione assolutamente irregolare_ […] _Le sue caratteristiche sono massimo tempo di lavoro e minimo di salario.

Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti, 1980, p, 703

Oggi, si potrebbe dire che al massimo tempo di lavoro – soprattutto, è vero, ma non solo, nei “paesi in via di sviluppo” - si affianca un tempo di lavoro irregolare, imposto dal “comando” inappellabile padronale, con l'aiuto di sindacati compiacenti.

(5) Eventuali critici potrebbero opporre alle nostre argomentazioni la lotta contro il CPE in Francia nel 2006, quando un grande movimento di giovani, sindacati e forze della “sinistra” indusse il governo De Villepin a sospendere il progetto di legge sul primo impiego destinato ai giovani (fino a 26 anni, se ricordiamo bene), con il quale questa fascia di forza lavoro poteva essere licenziata senza “giusta causa” nei primi due anni dell'assunzione. D'accordo, ma la precarietà non è stata affatto eliminata, né la stagnazione-regressione dei salari, cioè il degrado, come si diceva, delle condizioni generali di lavoro e di vita, che è proseguito in Francia come nel resto del mondo. Vedremo come andrà a finire la lotta in corso contro il progetto di legge dell'attuale governo, una specie di jobs act alla francese: ci auguriamo e auguriamo, naturalmente, a chi lotta, che non abbia seguito, ma se anche ciò avvenisse, non verrà certamente invertita la tendenza al peggioramento.

Venerdì, March 25, 2016

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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