Acqua: il nuovo conflitto a venire

Quando un elemento vitale diventa fonte di profitti e guerre

Si è più volte evidenziato come nell’attuale fase imperialista la guerra abbia smesso di rappresentare l’“ultima ratio”, nella risoluzione dei conflitti, per diventare il modo di essere più autentico del capitalismo. Ed i motivi perché tutto questo avvenga certamente non mancano. Si fa la guerra per il controllo di aree strategiche, per l’atmosfera, per le risorse, in generale, ed in particolare per il petrolio, oro nero, per l’acqua, oro blù.

Scriveva Mark Twain: “Il whisky è per bere, l’acqua per combattersi”. Questa riflessione sembra attraversare tutta una fase storica che ha visto già in passato scatenarsi guerre alla base delle quali c’era l’acqua. Parlarne in termini di criticità sembra addirittura folle tanto dovrebbe essere ovvia la considerazione che ci si riferisce ad un elemento costitutivo dell’umanità, al pari dell’aria, e come tale è l’umanità nel suo insieme che dovrebbe disporne. Ma le cose vanno, evidentemente, in tutt’altra direzione se la maggior parte degli esperti sostiene che “le guerre del ventunesimo secolo scoppieranno a causa delle dispute sull’accesso all’acqua”.

Non che in passato tutto questo non abbia avuto modo di manifestarsi: su tutti, nel 1967, la guerra dei sei giorni, che, tra le altre cose ha permesso ad Israele l’occupazione/annessione delle risorse idriche del Golan, del mare di Galilea, del fiume Giordano e della Cisgiordania consentendogli di poter avviare grandi coltivazioni agricole, su scala intensiva, le quali necessitano dell’acqua del fiume Giordano e della falda freatica cisgiordana. Un solo dato può rappresentare al meglio i rapporti di forza che si instaurano nella gestione di questa preziosissima risorsa: sebbene il fiume Giordano scorra soltanto per un 3% in territorio israeliano, esso garantisce per un 60% il suo fabbisogno idrico. Tuttavia conflitti dello stesso genere hanno anche riguardato gli stati indiani del Karnataka e del Tamil Nadu per l’acqua del fiume Kaveri, gli Stati uniti ed il Messico per il fiume Colorado; le acque del Tigri e dell’Eufrate fanno parte di un contenzioso irrisolto ed irrisolvibile tra Turchia, Siria ed Iraq in quanto il loro controllo, e di conseguenza una politica basata sul ricatto idrico, si traduce in un potente mezzo di condizio-namento e quindi di dominio nel contesto anatolico/mediorientale.

Nel mondo, attualmente, ci sono più di sessanta conflitti tra Stati, riferibili direttamente all’accesso alle risorse idriche. Il dato saliente è rappresentato dalla progressiva limitatezza di tali risorse anche se sulla penuria d’acqua si enfatizza a bella posta non foss’altro per far passare come ineluttabili certe misure, taluni provvedimenti che poco hanno da spartire con un equa gestione dell’oro blù e tanto con la sua profittabilità. Più nello specifico: il pianeta dispone di 1351 miliardi di kilometri cubici di acqua, sufficienti a soddisfare i bisogni di 15 miliardi di individui, ed ancora: il 12% della popolazione dei paesi sviluppati consuma l’80% delle risorse idriche disponibili. Questi due dati evidenziano una contraddizione che sta a monte del problema “emergenza acqua”. Come tutto ciò che ha a che fare con la struttura capitalista, il problema si evidenzia nella cosiddetta fase della distribuzione. Se nella sfera produttiva la ricchezza prodotta aumenta sempre più e aumenta sempre più la povertà, nel mero ambito naturale, a fronte di risorse che, sempre per i guasti prodotti dal capitalismo, tendono a ridursi, abbiamo una distorsione distributiva che ha fatto, via via, assumere al problema contorni sempre più drammatici e sintetizzabili in un termine “stress idrico” per indicare situazioni sempre più risolvibili in conflitti armati.

Queste guerre per l’acqua, come ovvio, producono tensioni internazionali ed una politica basata sulla difficoltà di approvvigionamento degli altri, quando non del tutto sulla loro esclusione, tende a “creare” e “mantenere” la scarsità per far valere dei meccanismi che inducano a considerare l’acqua come bene economico raro, con un suo prezzo di mercato che, basandosi su un divario sempre più ampio tra domanda e offerta, riflette questa scarsità.

Se le risorse scarseggiano e sono mal distribuite quale miglior elemento regolatore/razionalizzatore del mitico mercato? E qui vanno prontamente ad inserirsi le multinazionali che hanno fiutato il business con l’ovvio corollario che, col controllare l’acqua, al pari del petrolio, ci si può garantire potere e cospicui guadagni. In termini operativi ciò significa, oltre al mero controllo delle acque, la gestione degli acquedotti, la costruzione di dighe ed la privatizzazione di bacini idrici.

Hanno cominciato ad essere familiari nomi come la tedesca RWE (Reinisch-Westfalisches Elektrizitatswerk), le francesi Suez-Lyonnais des Eaux e Vivendi, la Nestlè, la Danone, Coca Cola e l’italiana ACEA alla quale pagano la bolletta dell’acqua i cittadini di Erevan, in Armenia. Queste dinamiche sono incoraggiate e sostenute da organismi quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il WTO (Organizzazione mondiale per il commercio) che, quale prassi consolidata, subordinano la concessione di prestiti a paesi poveri all’assegnazione dei servizi idrici a multinazionali estere in virtù del sacro principio “trades not aids” (commerci non aiuti). È lo stesso principio per cui viene data priorità ai grossi coltivatori, agli industriali, agli operatori turistici relegando all’ultimo posto la moltitudine degli individui.

È quanto già avvenuto in Cina, nelle Filippine, in Bolivia, a Cochabamba, località che ha visto centinaia di migliaia di boliviani rivoltarsi contro l’americana Bechtel Corporation. La privatizzazione produce infatti questi deliziosi effetti: le tariffe vengono raddoppiate o triplicate a fronte di una qualità dell’acqua sempre peggiore; la corruzione dei governi locali assume contorni fisiologici, i profitti delle società di gestione aumentano, mediamente, del 600-700%. Questa politica aggressiva delle società private ridefinisce, sempre più per difetto, una politica pubblica tant’è che l’Uruguay, nel 2004, ha dovuto inserire il diritto all’acqua nonché la gestione pubblica dei servizi idrici tra i diritti costituzionali.

La guerra per l’acqua è ancora contenuta in limiti discreti, non ha la visibilità di quella del petrolio, ma può deflagrare in qualsiasi momento e tutto ciò come portato di un modo di produzione, di un’organizzazione sociale, quella capitalistica, che ha ampiamente dimostrato di non essere in grado di garantire all’umanità beni legati intimamente alla sua specifica sopravvivenza.

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Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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