Lavoratori sempre di più vittime del capitale

Gli ultimi dati confermano che sui posti di lavoro annualmente muoiono migliaia di proletari

Ogni caduto sul lavoro è un martire che si sacrifica per noi tutti, fermiamo questa strage, così anche Romano Prodi ha voluto dire la sua sulla carneficina che si compie quotidianamente sui luoghi di lavoro: argomento che per alcuni giorni ha popolato gli organi di informazione. Infatti i bollettini giornalistici della strage confermavano la media statistica che, considerando i 365 giorni annuali, è stata per il 2006 di 3,5 morti al giorno: media che si eleva se escludiamo festività e ferie.

E proprio nell’avvicinare il concetto di martire a quello di strage il Prodi da un’idea più che eloquente di una caratteristica del rapporto tra capitale e lavoro, tra borghesia e proletariato. Cioè, mentre la borghesia mette quotidianamente in atto la sua strage, il proletariato o lavoratore assume la figura del martire che si sacrifica, fino alla vita, per un’ideale ed una missione che non sono le sue, bensì quelle della realizzazione del profitto attraverso il suo sfruttamento. Ha ben ragione Prodi, in quanto rappresentante degli interessi generali della borghesia italiana, a dire che ogni morto sul lavoro si sacrifica per tutti loro, perché quel “noi” equivale a loro; al loro sistema che per funzionare necessita del sacrificio e del martirio dei lavoratori. Ma ogni lavoratore, seppur nello sforzo e nella fatica del lavoro quotidiano, vuole solo ed onestamente procurarsi i mezzi del proprio sostentamento: il martirio lo incontra nei rapporti di lavoro e di vita imposti dalla società borghese, e questo incontro non è contrattuale, perché la vita non ha prezzo, e proprio perché non c’è prezzo viene data gratuitamente. Ma vediamo le cifre della strage dal 1998 ad oggi (dati INAIL quindi denunce effettuate, ma non necessariamente riguardanti tutti gli incidenti avvenuti), e non facciamo distinzione tra governi perché distinzione non c’è: 1998: 997.915 incidenti sul lavoro, 1.482 morti, 1999: 1.000.258 incidenti, 1.438 morti, 2000: 1.011.631 incidenti, 1.412 morti, 2001: 1.023.389 incidenti, 1.452 morti, 2002: 992.840 incidenti, 1.481 morti, 2003: 977.803 incidenti, 1.394 morti, 2004: 966.729 incidenti, 1.328 morti, 2005: 939.566 incidenti, 1.265 morti, 2006: 935.500 incidenti, 1.280 morti. Al 24 aprile 2007 gli incidenti sono 330.126 di cui 330 mortali e 8.253 con invalidità. E non teniamo in conto i morti che mietono e mieteranno le malattie professionali contratte sul luogo di lavoro, e pensiamo ai tumori d’amianto alla Breda di Sesto S.Giovanni o da CVM a Porto Marghera. Tutti questi incidenti e questi morti non sono fatti percepire come una condizione collettiva, di classe, ma come fatto individuale ed in quanto tale più dipendente e legato alla politica assistenziale e previdenziale. Allora, oltre all’indignazione per l’indifferenza politica, vi è la lotta per il riconoscimento del sussidio o della pensione, che diventano più importanti delle vita al fine della loro disponibilità e fruibilità, perché, in fondo, chi ha subito il lutto deve poter continuare a sostentarsi. Indirettamente il capitale monetizza la morte umana, accollandola alla comunità, riducendo il problema a questa monetizzazione. Per questa via il martirio dei lavoratori appare come fattore normale, mentre l’assistenza come fattore sociale da conquistare e difendere. Insomma il capitale, e per esso la borghesia, appronta gli strumenti, finché può, del suo perpetuarsi. Ma non è ancora tutto perché vorremmo rilevare una caratteristica odierna, ma non nuova, del rapporto capitale lavoro che a suo modo determina infortuni e morti. La caratteristica odierna, che dura oramai da 20 anni è la straordinaria sensibilità e puntualità del legislatore (parlamento) a recepire e codificare le esigenze del capitale e i patti raggiunti fra le parti sociali al fine di regolamentare la flessibilità e la precarietà della prestazione di lavoro, introducendo nel contempo la flessibilità del salario. Ossia la regolamentazione dello sfruttamento capitalistico del lavoratore deve assecondare le condizioni del mercato e dell’accumulazione capitalistica che, in quanto riproduzione allargata, deve far fronte anche ad una tendenza che essa stessa pone in essere: la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto. I solerti sinistri di centro al governo hanno però già approntato un disegno di legge per la sicurezza sul lavoro al fine di garantire i lavoratori “flessibili”, autonomi, extracomunitari e part-time. Lo stesso legislatore prima precarizza il lavoro e poi propone leggi nelle quali, riaffermando le condizioni di quel lavoro che racchiude in sé la strage, l’esplicarsi della strage non dovrebbe superare la soglia dello sdegno piccolo borghese. La vita dei lavoratori sta nelle loro mani e nella loro voglia di difenderla non certamente nelle leggi dello Stato borghese.

mr

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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