Contro la guerra: convegno alla Calusca

Alcune considerazioni politiche in merito all’iniziativa milanese

Il 14 aprile, alla libreria Calusca di Milano, si è tenuto un convegno dei gruppi internazionalisti sul problema della guerra, della lotta alla borghesia nazionale e sulle strategie comuniste nell’area del medio oriente. Erano presenti tutti i gruppi che, a torto o a ragione, si richiamano alla tradizione internazionalista, fatta eccezione per i raggruppamenti bordighisti e per Lotta comunista. L’obiettivo dichiarato era quello di trovare un terreno comune per l’intervento contro la guerra con particolare riferimento alle vicende irachena e palestinese.

Il problema del che fare, o per meglio dire, del fare qualcosa insieme è stato il motivo dominante di quasi tutti gli interventi. Senza che lo si dichiarasse apertamente, l’aspetto centrale del produrre azione, doveva mettere in secondo piano le divergenze politiche e di analisi dei vari gruppi. Gli stessi avrebbero avuto modo di confrontarsi nel fare, o in fasi temporalmente successive, tutte da valutare, ma che non avrebbero dovuto inibire l’inizio di un processo di organizzazione dell’agire comune. I gruppi aderenti all’iniziativa avevano precedentemente prodotto dei documenti sulle questioni all’ordine del giorno che hanno brevemente presentato oralmente nella giornata del 14 aprile.

Noi non abbiamo aderito ufficialmente all’iniziativa, ma siamo stati presenti ai lavori del convegno e abbiamo avuto l’opportunità di entrare nel merito delle questioni. Il nostro intervento ha evidenziato il lato positivo della riunione: è sempre bene che i rivoluzionari abbiano il tempo e la voglia di incontrarsi e di discutere per trovare un terreno comune al fare, ma questa è solo una condizione necessaria e non sufficiente. Prima si discute, si chiariscono gli obiettivi e le modalità per raggiungerli, poi si passa all’aspetto operativo. Il che non significa cercare la quadratura del cerchio, discutere su tutto in termini di contrapposizione politica, ma una volta individuato l’obiettivo preciso (come opporsi alla guerra e all’imperialismo) occorre definire un minimo d’omogeneità politica senza la quale nessun passo in avanti sarebbe possibile. Una questione di metodo che è stata completamente scartata sin dai primi interventi.

Il secondo punto preso in considerazione dal nostro intervento è stato quello sull’imperialismo. Pur nelle ristrette condizioni di tempo, si è posto l’accento sulla necessità di andare a definire la fase imperialistica odierna che, pur mantenendo i tratti caratteristici di sempre, presenta delle peculiarità tipiche dello sviluppo delle contraddizioni del capitalismo contemporaneo quali:

  • l’aspetto parassitario del dominio del capitale finanziario, la creazione di capitale fittizio e la finanziarizzazione dell’economia;
  • il sempre più difficile recupero di saggi del profitto sufficientemente remunerativi rispetto al capitale investito. Il conseguente attacco alla forza lavoro sul mercato interno e su quello mondiale;
  • il processo di ricomposizione imperialistico internazionale apertosi dopo la caduta dell’Urss;
  • l’accelerazione della competizione imperialistica su tutti i mercati, da quello valutario a quello delle materie prime, senza esclusione di colpi;
  • la fase della guerra permanente come unico strumento di soluzione delle contraddizioni capitalistiche su scala internazionale.

L’ultima parte dell’intervento riguardava la tattica delle lotte all’imperialismo con particolare riferimento al medio oriente. Negli interventi precedenti aleggiava il dilemma se, in quest’area, date le sue peculiarità, la lotta all’imperialismo dovesse combattersi con o senza l’appoggio alle rispettive borghesie. In questo contesto, la nostra osservazione iniziale, che poneva l’accento sulla necessità di vagliare prima l’eventuale esistenza di una minima omogeneità politica e di metodo d’analisi, e poi di andare a tratteggiare le strategie dell’intervento, è palesemente riemersa. Le diversità di analisi sull’argomento si sono espresse in maniera talmente evidente da renderle inconciliabile. Si è passati dalla necessità di favorire una soluzione democratica d’area, mantenendo l’autonomia delle masse (?) all’appoggio critico di soluzioni borghesi in quanto progressiste. Il quadro contraddittorio si è completato con la posizione di chi riteneva che l’appoggio alle masse del medio oriente dovesse essere incondizionato anche se sotto l’ideologia borghese dell’integralismo perché obiettivamente antimperialista. Fuori dal coro, il nostro approccio è stato quello di assoluta dissociazione da qualunque forma di appoggio alle borghesie locali, meno che meno a quelle teocratiche e integraliste che al momento dominano politicamente la scena politica medio orientale. Si è altresì insistito sul concetto in base al quale, l’appoggio alle borghesie nazionali, non solo è controproducente per qualsiasi proletariato, ma rappresenta un ostacolo alla ripresa stessa di un movimento di classe. Il compito dei comunisti è esattamente all’opposto, quello cioè di sottrarre le masse all’influenza delle borghesie, sia in veste laica che teocratica, pena l’affossamento di qualsiasi speranza di ripresa della lotta di classe. In chiusura, si è anche sottolineato come l’antim-perialismo è tale solo nella misura in cui è anticapitalismo. In tutti gli altri casi si rimane all’interno degli schieramenti borghesi in un quadro capitalistico senza speranze per il proletariato d’area.

La conclusione è che queste esperienze, tutte all’interno della solita dinamica d’intergruppi, completamente staccata dalla realtà sociale alla quale vorrebbe rivolgersi, sono destinate a fallire se continuano a proporre il problema dell’intervento come necessità d’azione senza un minimo d’omogeneità d’analisi, che si dovrebbe idealistica-mente trovare solo strada facendo. Percorrendo questa strada, purtroppo, non si arriva da nessuna parte come hanno mostrato molte esperienze precedenti.

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Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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