Il settore dell'automobile si è bloccato aggravando la crisi economica

Lo scorso mese di settembre, al momento dello scoppio della bolla speculativa determinata dai mutui subprime, i corifei del capitale si erano repentinamente prodigati nel tranquillizzare l’opinione pubblica circa le future prospettive. Con la faccia tosta di chi mente sapendo di mentire, e godendo tra le altre cose della più assoluta libertà di poter dire tutto e il contrario di tutto in quanto non esistono purtroppo voci dissenzienti al dominio ideologico del capitale, hanno nelle prime settimane della crisi sostenuto la tesi che le irrazionalità del sistema finanziario, alimentate dall’agire truffaldino di alcuni operatori poco oculati, non avrebbero avuto significative ripercussioni nell’economia reale, la quale tutto sommato godeva di ottima salute. Come sempre le bugie hanno le gambe corte, e puntualmente la realtà dei fatti ha chiarito l’inganno e reso evidente che l’attuale crisi economica per le sue dimensioni e per le ripercussioni sulle condizioni di vita e di lavoro di miliardi di proletari disseminati nel pianeta è addirittura peggiore di quella scoppiata nel 1929 e che si è, ed è sempre bene ricordarlo, drammaticamente risolta con lo scoppio della seconda guerra mondiale, il più grande massacro imperialistico della storia.Il tentativo del pensiero economico borghese di suddividere il sistema capitalistico in due sfere, finanziaria e dell’economia reale, che assumono nel loro modo di interpretarle dimensioni quasi parallele, non corrisponde al reale funzionamento del moderno capitalismo internazionale. Non esiste una parte marcia, corrotta e truffaldina, quella della sfera finanziaria, ed una parte sana, moralmente giusta e da sostenere e proteggere, quella dell’economia reale, ma esiste una unico sistema capitalistico che per alimentare il processo d’accumulazione, sempre più asfittico, utilizza tutte le proprie armi a disposizione per estorcere quanto più plusvalore possibile alla forza-lavoro del proletariato mondiale. Come più volte abbiamo scritto sulla nostra stampa di partito, la crescita abnorme delle attività finanziarie in questi ultimi decenni è stata una delle più importanti risposte date dalla borghesia alla crisi dei profitti nelle attività industriali. Una massa crescente di capitale fittizio, la cui produzione è stata alimentata anche grazie alla deregolamentazione dei mercati finanziari ed allo smantellamento del sistema finanziarie e monetario creato a Bretton Woods nel lontano 1944, pur non partecipando direttamente alla produzione di plusvalore, esige una remunerazione sostanzialmente uguale a quella dei capitali industriali. Tutto questo meccanismo, che sintetizza bene uno dei modi d’esprimersi del moderno imperialismo, ha creato i presupposti, a differenza di quanto avveniva ai tempi di Marx, affinché tra le attività dell’economia reale e quella finanziarie si creassero legami così stretti tali da renderli di fatto un unicum. L’attuale crisi non riveste un esclusivo carattere finanziario, con piccole ripercussioni sul mondo dell’economia reale, ma è a tutti gli effetti la più grave crisi economica che ha investito l’intero sistema capitalistico e le cui cause sono tutte da ricercare nei contradditori meccanismi del processo d’accumulazione. Il settore che più di ogni altro testimonia questo legame strettissimo tra economia reale e mondo della finanza è quello automobilistico; un settore che sta vivendo in questi mesi la più grave crisi da quando l’auto è stata inventata.

È accaduto che per la prima volta nella storia le più grandi fabbriche di automobili al mondo, in particolare quelle statunitensi, hanno dovuto sospendere la produzione di macchine per smaltire il parco auto che nel frattempo, proprio a causa della crisi, è diventato enorme. La stessa Fiat, in Italia, durante le festività natalizie ha di fatto sospeso la produzione di automobili, mandando in cassa integrazione decina di migliaia di lavoratori. Nel solo mese di novembre dello scorso anno sul mercato statunitense le vendite sono letteralmente crollate: Ford ha denunciato una flessione del 31% a 122.723 veicoli. General Motors e Chrysler hanno fatto ancora peggio, con cali del 41% a 153.404 e del 47% a 85.260 vetture. Le case straniere, che vantano finanze più solide, hanno a loro volta sofferto: Toyota ha visto le vendite scivolare del 34% e la Honda del 32 per cento. L’intero settore vive una crisi così devastante che la stessa Toyota, la prima fabbrica di macchine al mondo, quello che ha soppiantato dai vertici mondiali le tre case americane, per la prima volta nella sua storia fatta di 71 anni di profitti, chiude il bilancio con delle perdite. Sul mercato italiano nel 2008 il mercato dell’auto ha registrato una flessione del 15%, con una tendenza nella seconda parte dell’anno superiore al 25%.

La crisi del settore automobilistico non è solo la diretta conseguenza del crollo delle vendite fatte registrare negli ultimi mesi nel mercato statunitense, ma è anche la conseguenza del crollo del mercato finanziario mondiale che di fatto ha svalutato gli immensi investimenti nel settore effettuati dalle grandi case automobilistiche mondiali, in maniera particolare quelle statunitensi. Per esempio se consideriamo le attività produttive della General Motors, possiamo osservare che il solo settore auto riesce a produrre anche degli utili, ma l’insieme del gruppo, proprio a causa degli investimenti nel mondo della speculazione finanziaria è sull’orlo del fallimento. Senza il sostanziale aiuto da parte del governo americano la gloriosa storia della General Motors finirebbe con la consegna dei libri contabili in qualche tribunale degli Stati Uniti. Il legame tra economia reale e finanza non è ovviamente una prerogativa del settore automobilistico ma riguarda l’intera economia americana e mondiale.

Un dato diffuso dal Dipartimento del Commercio è illuminante per capire come non esistono due sfere dell’economia, ma un solo sistema capitalistico il cui unico scopo è quello di fare profitti; nel 2007 il su indicato dipartimento americano ha stimato che ben il 41% di tutti i profitti aziendali era da attribuirsi al settore finanziario (1). In questa situazione di totale simbiosi tra gruppi industriali e attività finanziarie è evidente che un crollo dei mercati finanziari ha delle pesantissime ripercussioni sui loro conti economici. Nel caso delle imprese statunitensi, lo scoppio della bolla speculativa e il conseguente crollo dei mercati finanziari ha letteralmente affossato le contabilità delle imprese. Se consideriamo che l’indice Dow Jones ha chiuso il 2008 con un crollo del 50% del proprio valore, possiamo immaginare come siano in difficoltà le imprese che traevano dalle attività finanziarie le proprie risorse per sostenere la propria redditività.

La crisi del settore automobilistico su scala mondiale, per il ruolo strategico che questo finora ha rivestito nell’ambito dello sviluppo capitalistico internazionale, assume contorni preoccupanti per la tenuta dell’intero capitalismo. A rischiare il fallimento sono le imprese più importanti del settore industriale che ha fatto la storia del moderno capitalismo.

Se dovesse fallire la General Motors, e l’ipotesi non è poi così lontana dalla realtà visto la gravità dei suoi conti, perderebbero il proprio posto di lavoro milioni di proletari. Infatti a chiudere non sarebbe solo l’azienda di Detroit ma migliaia di piccole e medie imprese che rappresentano il vasto e variegato mondo dell’indotto. Un pezzo importantissimo di storia del capitalismo del ventesimo secolo è entrato in crisi e all’orizzonte non si profilano altri settori in grado di svolgere un ruolo alternativo e trainante per il capitalismo su scala mondiale. Se le grandi case automobilistiche dovessero fallire la conseguenza immediata sarebbe che milioni di proletari sarebbero scaraventati nel dramma della disoccupazione.

In ogni modo anche se ciò non dovesse avvenire, la gravità di questa crisi imporrà un vorticoso processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali tale che sul mercato resteranno soltanto tre o al massimo quattro grandi gruppi automobilistici che in una lotta senza quartiere si spartiranno la torta del mercato mondiale e imporranno ai proletari rimasti in fabbrica condizioni salariali e di lavoro che faranno rimpiangere quelle schiavistiche dell’antica Roma.

lp

(1) Il dato è citato nel libro di Charles R. Morris: Crack. Come siamo arrivati al collasso del mercato e cosa ci riserva il futuro. Ed Elliot - pag. XXX dell’introduzione all’edizione italiana.

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

Abbonamento annuale: € 15,00 (10 numeri)