Da Prometeo clandestino ad oggi nel cammino della rivoluzione

Nel solco della tradizione della sinistra comunista e nel cammino della rivoluzione internazionale

Da Prometeo #16, novembre 2016

Il 1° novembre 1943 iniziava clandestinamente la pubblicazione di “Prometeo” quale organo politico del partito Comunista Internazionalista. Fino al 15 ottobre 1944 furono stampati e diffusi 11 numeri; dopo cinque mesi di sospensione per le gravi difficoltà esistenti, l’uscita del giornale fu ripresa nell’aprile 1945. Durante i mesi dell’inverno 1944-’45 continuò comunque la diffusione di volantini, opuscoli e documenti dattiloscritti sulla situazione generale, sulla guerra e la Russia e sul moto partigiano.

L’anno 21° dal primo numero di “Prometeo” esprimeva la continuità con Livorno-1921 e con la testata della rivista del P.C. d’Italia pubblicata nel 1924 dalla Sinistra Italiana sotto la direzione di A. Bordiga, ed in seguito ripubblicata, dal 1928 al 1938, come organo della Frazione di Sinistra in Belgio. Oggi, a più di settant'anni dalla sua nascita, la rivista continua a vivere come punto di riferimento politico e di analisi di tutti gli accadimenti che riguardano la vita e la condizione del proletariato internazionale. Prometeo ieri, come oggi, per il domani rivoluzionario.

Continuità, dunque, nel solco della tradizione comunista, rivoluzionaria e internazionalista che, nel cuore della seconda guerra mondiale, si è immediatamente scontrata con il “nuovo corso” dell'Internazionale, dell'Unione Sovietica e del Partito Comunista italiano che si è trasformato nel più feroce interprete ed esecutore materiale della controrivoluzione in Italia ai danni dell'unica risposta rivoluzionaria a livello internazionale. Il Partito Comunista Internazionalista nato sul finire del 1943, attraverso i suoi organi di stampa e soprattutto per mezzo del giornale clandestino Prometeo, aveva come obiettivo quello di proporre alla masse proletarie una analisi di classe della situazione ovvero la natura imperialista della seconda guerra mondiale; la sconfitta della rivoluzione d'ottobre che, sotto la guida dello stalinismo, aveva dato vita ad una organizzazione della produzione e della distribuzione che con il socialismo nulla aveva a che fare perché completamente assoggettata alle categorie economiche capitalistiche, anche se nella forma di un capitalismo di Stato proditoriamente contrabbandato per socialismo; l'abbandono di ogni prospettiva rivoluzionaria e il collocamento dell'Urss all'interno dello scontro imperialistico, con tutte le conseguenze del caso per quel proletariato chiamato a difendere un socialismo che non c'era ed a rafforzare con il proprio sacrificio il nuovo, famelico, imperialismo camuffato da agnello.

L'obiettivo era anche quello di favorire le condizioni soggettive ad una ripresa della coscienza rivoluzionaria. La guerra e le sue devastanti conseguenze avevano messo in moto molti proletari nei centri industriali del nord ma non solo, spinti alla lotta dal peso insostenibile della guerra, dalla fame e dalla consapevolezza che, a quel punto, non avevano più nulla da perdere se non la prospettiva di morire sotto i bombardamenti, di continuare a soffrire la fame senza nemmeno uno spiraglio di speranza ad una minore sofferenza fisica e psicologica.

A questi proletari il partito di Togliatti, servo in tutto e per tutto dell'imperialismo russo, prometteva tempi migliori se si fosse organizzato contro il fascismo, con l'appoggio delle forze ”alleate” tra le quali la stessa URSS, non per una soluzione rivoluzionaria, ma per dare vita ad una Repubblica nazionale, democratica, borghese nel suo apparato politico, capitalistica nella forma produttiva, che avrebbe ricreato nella fase post bellica le stesse condizioni di sfruttamento di sempre. Nella tattica e nelle strategie del partito di Togliatti non c'era più posto per una soluzione rivoluzionaria, per una impostazione di classe per tutti i problemi che la guerra imperialista stava creando. Il proletariato italiano, da possibile interprete della rivoluzione, era diventato lo strumento di una lotta, non di classe, ma di sostegno alla classe avversaria che, nel momento in cui stava cambiando d'abito, smesso l'orbace per un più classico completo grigio borghese, aveva bisogno di una forza d'urto che scaricasse il fascismo per una propagandata democrazia che nulla avrebbe cambiato nella vita dei proletari italiani né, tanto meno, nei meccanismi di intensificato sfruttamento che si sarebbero inevitabilmente aperti nella fase di ricostruzione post bellica.

In questo quadro il moto partigiano doveva sì essere un movimento di liberazione dal fascismo. ma in funzione degli interessi della classe capitalistica, per la prosecuzione “democratica” dei suoi interessi economici, ma non per l'interesse delle masse proletarie, che avrebbero dovuto continuare una guerra civile non per le proprie finalità, non per creare le condizioni politiche della sua emancipazione, ma per quelle della classe avversa, che avrebbe potuto così continuare la sua dittatura economica di sfruttamento in nome di una recuperata, per lei, democrazia. La borghesia italiana come all'inizio degli anni venti, terrorizzata dall'avanzata del “bolscevismo”, preoccupata che anche in Italia le masse potessero organizzarsi per una soluzione rivoluzionaria, aveva spalancato le porte al fascismo, così sul finire della guerra ha ritenuto più opportuno passare dall'altra parte, quella”democratica” per la salvezza dei rapporti tra capitale e lavoro, per la “pace sociale” tra borghesia e proletariato, convogliando il secondo sul terreno della conservazione dei propri interessi con l'aiuto dell'ex partito comunista, approdato sui lidi dell'ex avversario di classe.

Il partito comunista internazionalista ha avuto l'onere di denunciare tutto questo. Ha denunciato che la rivoluzione bolscevica era definitivamente sconfitta, che in Russia non c'era più un socialismo da difendere ma un imperialismo in più da combattere. Che il moto partigiano sotto la direzione delle forze borghesi, vecchie e nuove, era l'involucro attraverso il quale la borghesia italiana creava le condizioni della sua sopravvivenza in chiave “democratica”, dopo averla imposta sul terreno politico in termini di dittatura fascista. Che ai proletari si dovesse spiegare che la loro lotta armata non doveva fermarsi allo scontro con il fascismo ma che dovesse avere come obiettivo finale la distruzione del capitalismo, la rivoluzione politica contro tutte le rappresentanze borghesi, PCI compreso, che di tutta questa tragica rappresentazione era una delle anime forti. Così facendo, il Partito Comunista Internazionalista si trovò ad avere come avversari non solo le tradizionali forze borghesi della conservazione ma anche quelle più subdole e vigliacche della reazione picista.

Non fa meraviglia, dunque, il ricorso da parte dei dirigenti del PCI ad una massiccia campagna di diffamazione politica, di menzogne e di calunnie contro gli internazionalisti di Prometeo, campagna che ubbidiva alla logica di quel potere capitalista di cui il nazionalcomunismo rappresentava i più avanzati interessi e a cui ambiva diventarne uno degli amministratori. In qualunque modo e con ogni mezzo, di fronte al pericolo di un orientamento autonomo del proletariato verso il contatto con una forza politica e un programma di classe, la reazione e la repressione dei partiti della borghesia colpirono immediatamente quel punto di riferimento ideologico e politico per la classe operaia. Ciò è quanto è successo sul finire della fase bellica e negli anni immediatamente successivi alla sua chiusura. Atti che sono arrivati sino alla persecuzione e, se necessario, all’assassinio dei militanti rivoluzionari. Un compito, questo, che la borghesia – come la storia insegna – ha affidato preferibilmente ai suoi fedeli servitori socialdemocratici e nazionalcomunisti, questi ultimi soprattutto, dimostratisi esperti ed efficaci nella epurazione del “settarismo” dal movimento operaio, nel tentativo di renderlo innocuo sul terreno dello scontro di classe. Il PCI non era più un partito comunista che sbagliava tattica, un'entità politica che aveva temporaneamente perso la bussola e che poteva essere recuperato lavorando al suo interno. Il PCI era definitivamente passato dall'altra parte della barricata e non potendo essere recuperato doveva essere denunciato e combattuto. Per la sua dirigenza il pericolo maggiore era quello di essere scavalcati a sinistra, di farsi sfuggire dalle mani il controllo della classe operaia italiana e del movimento partigiano che rappresentavano le due grandi opportunità per rifarsi una immagine borghese credibile, per essere accettata all'interno delle dinamiche politiche borghesi quale forza politica tra le altre. Forza politica non più rivoluzionaria, non più anticapitalista, ma portatrice di un impossibile progresso economico e sociale delle “masse” all'interno delle leggi economiche del capitale e delle sue compatibilità. Smessa la divisa rivoluzionaria del bolscevismo e ammainata la bandiera rossa dell'internazionalismo proletario, il PCI aveva imboccato la strada del non ritorno che lo ha portato ad essere per decenni il fedele scudiero dell'imperialismo russo nell'arco della guerra fredda, il pedissequo esecutore della teoria del socialismo in un solo paese, il paladino della democrazia borghese per altri decenni per poi dichiarare (dopo il crollo dell'Urss) “scusate ci siamo sbagliati, viva il capitalismo e lunga vita al capitale”, non quello di Marx, ma quello che si investe nella produzione per sfruttare il proletariato e per ottenere un “giusto” profitto.

Così Togliatti, Secchia, F. Platone [dirigenti di primo piano del PCI, ndr] e tutto il PCI, man mano che si avvicinava il momento del passaggio ufficiale dei poteri dalle mani dei fascisti a quelle dei democratici, si scatenarono contro l’estremismo che “mira ad una accentuazione progressiva delle lotte politiche di classe (...) in modo che serva a suscitare complicazioni e disordini” (Consiglio Nazionale del PCI -7 aprile 1945). Ecco al dunque la nuova faccia del vecchio partito comunista d'Italia. Mai più lotte politiche di classe, non più disordini sociali, come scioperi o manifestazioni né, tanto meno, insurrezioni contro lo Stato e la borghesia per un'alternativa sociale ed economica. Si doveva solo combattere il fascismo e lasciare in piedi la struttura dei rapporti sociali capitalistici. Si doveva aggregare all'interno del moto partigiano più proletari possibili per indirizzarli verso il miraggio della democrazia borghese. Si doveva difendere il falso socialismo dell'Unione Sovietica senza possibilità di critica, altrimenti la mannaia dell'infamia, della delazione e della menzogna politica si sarebbe abbattuta su tutti coloro che fossero rimasti veri comunisti e combattenti per la causa proletaria internazionale, quindi antitetici al nuovo corso borghese del PCI.

Alle ferme posizioni sostenute e propagandate dal Partito Comunista Internazionalista, il nazional-comunismo rispose, come già da tempo lo stalinismo aveva indicato in campo internazionale, con l’accusa di manovre del trozkismo- bordighismo in funzione di sostegno al nazifascismo contro l’URSS e il popolo italiano. Gli internazionalisti erano additati come “l_uridi ed infami sinistri, agenti della Gestapo e servitori di Hitler, provocatori e spie al servizio dell’Ovra_”, eccetera. Nel gennaio 1945, l’organo della Federazione milanese del PCI, “La Fabbrica”, denunciava l’attività provocatoria (Il “sinistrismo”, maschera della Gestapo) di:

un gruppo di rinnegati, di disgregatori, di traditori, nemici dell’Unione Sovietica, che sotto il nome di un pseudo ‘Partito Comunista Internazionalista’ lanciano un appello alle masse proletarie incitandole a lottare contro il Comitato di Liberazione Nazionale, contro il Partito Comunista e contro la guerra popolare che il popolo italiano sta conducendo contro il nazi-fascismo. [...] Questi agenti del nemico, invece di incitare gli operai a sviluppare la guerriglia contro i tedeschi, li invitano a lottare contro di essa. I nazisti e la Gestapo non potevano trovare degli alleati e dei servi più fidati. Sui loro giornali Prometeo, Stella Rossa ed anche Bandiera Rossa, non dicono una sola parola contro i tedeschi, contro i nazisti, non incitano alla lotta immediata contro i nazisti tedeschi, ma al contrario questi luridi fogli attaccano il Partito Comunista, perché con tutte le sue forze è sceso in lotta per la cacciata dei tedeschi dall’Italia [...]. I loschi redattori di Prometeo rigurgitano le loro sconcezze sotto il titolo ‘L’insidia del partigianesimo’. Secondo costoro il partigianesimo anti- tedesco è un’arma di cui si serve la borghesia per accecare l’operaio; secondo costoro gli operai devono rifiutarsi di raggiungere le formazioni partigiane e devono disertare la guerra. E mentre i tedeschi hanno aggredito e messo a ferro e fuoco il paese del socialismo, i sinistri uomini di Prometeo, di Stella Rossa e del pseudo ‘Partito Internazionalista’ hanno la spudoratezza di proclamare che non bisogna lottare contro i tedeschi, di predicare l’astensionismo e di invitare gli operai a non andare nelle formazioni partigiane. [...] Tutto questo lo fanno invocando i principi di Marx e di Lenin. No, questa non è la via della... sinistra. In realtà essi sono sulla via della Gestapo. L’azione criminosa ed infame di questi luridi individui deve essere smascherata e denunciata. Essa costituisce un insulto ed un tradimento per gli eroici combattenti. Essi devono essere messi alla gogna, devono essere trattati come spie e traditori, come agenti della Gestapo. E la loro stampa va bruciata.

Se non fosse una spregevole opera di delazione e denigrazione con tanto di insulti infamanti, ci sarebbe da ridere. Loro che avevano rinnegato il marxismo, che avevano rovesciato tutti i termini del leninismo, che avevano abbandonato il progetto rivoluzionario per uniformarsi ad una prassi politica borghese in alleanza con le forze della conservazione capitalistica, si arrogavano il diritto di accusare i “redattori di Prometeo” come dei traditori. In più c'era la strumentale accusa di essere di fatto al servizio dell'Ovra, del fascismo e del nazismo e di propagandare una tattica che scoraggiasse i proletari a combattere contro di essi. In tutte le prese di posizione del Partito comunista Internazionalista si insisteva su di un concetto molto chiaro: se l'obiettivo da raggiungere era quello della rivoluzione attraverso l'abbattimento dello Stato borghese per la costruzione della dittatura del proletariato, la strategia doveva eliminare il regime fascista e, contemporaneamente, impedire che se ne costituisse un altro, che fascista non lo fosse più ma solo nelle forme organizzative e ideologiche, e che continuasse ad esserlo per contenuti economici e di sfruttamento della forza lavoro. No al fascismo ma no anche alla costruzione di uno Stato “democratico” che ne avrebbe fatto le veci, ridando alla borghesia italiana lo stesso spazio economico di cui aveva goduto sotto al fascismo e che solo la crisi degli anni Trenta e lo scoppio della seconda guerra mondiale avevano messo in discussione. Ne conseguiva che, se il moto partigiano gestito dal PCI accanto e in alleanza con le forze politiche della borghesia incanalava larghe stratificazioni di proletari verso un obiettivo che non solo non era il loro, ma percorreva strade che andavano nella parte opposta, il compito dei comunisti rivoluzionari avrebbe dovuto essere quello della denuncia di come stavano le cose e di orientare la loro rabbia e disperazione contro contro la guerra, i suoi interpreti, Unione Sovietica compresa, contro il fascismo che la guerra l'aveva invocata e contro il contenuto borghese del moto partigiano sotto la guida dei partiti dell'Esarchia.

Proprio per questo i dirigenti del PCI si preoccupavano per i pericoli rappresentati da un crescente “dissidentismo” che si andava diffondendo in particolare nelle zone di Napoli, Roma, Milano e Torino con gli scioperi del 43 e 44, dove schiere di lavoratori, oltre che scendere in piazza per manifestare e per dire basta alla guerra imperialista, incominciavano a chiedersi quale fosse il ruolo del PCI che rimaneva sul terreno della guerra e che andava a braccetto con i capi della borghesia italiana nella più contraddittoria delle alleanze possibili. Scriveva Scoccimarro in una lettera del 14 dicembre 1943:

Dobbiamo, ad ogni costo, evitare che, mentre tendiamo all’unità col PS, ci sorga a fianco uno pseudo partito comunista capace di rappresentare un nuovo elemento di scissione della classe operaia.

Va da sé che la preoccupazione di Scoccimarro non fosse l'unità di classe in sé ma che l'opera del P.C. Internazionalista potesse sottrarre credibilità al progetto picista attraverso lo sganciamento dei proletari politicamente più sensibili, indebolendone i meccanismi di condizionamento democratico. Per lui, come per tutta la dirigenza del PCI, l'antifascismo doveva rimanere tale e non diventare anticapitalista.

In un suo “Rapporto di informazione” del gennaio ’45, P. Secchia accennava alla avvenuta “liquidazione dei gruppi di opposizione che vivacchiano fuori dal PCI”:

Dei vecchi rottami del bordighismo finiti nella cloaca della Gestapo e della controrivoluzione si hanno sempre più rare manifestazioni che consistono nella apparizione di qualche numero di Prometeo (...) diffuso in modo evidente per opera della polizia.

Anche in questo caso la delazione e la calunnia sfiorano il ridicolo. A parte l'arguta metafora della “cloaca” nella quale, peraltro, ci era finito lui e i suoi compagni da un bel pezzo, che ci si riferisse ai numeri di Prometeo clandestino come di un organo controrivoluzionario è semplicemente esilarante. Se qualcuno aveva e, definitivamente, abbracciato la strada della controrivoluzione alleandosi con la varie fazioni borghesi per la ricostruzione di un “capitalismo democratico”, di certo non erano quelli di Prometeo, ma quei rinnegati del PCI di cui il signor Secchia faceva responsabilmente parte. Poi che il giornale “della controrivoluzione” fosse “diffuso in modo evidente per opera della polizia” è un altro tassello di un perverso mosaico politico. Che in alcuni raggruppamenti di sinistra trotzkisti, e non solo, ci fossero degli infiltrati, dei collaboratori dell'Ovra e delle spie vere e proprie risulta a verità, ma che il P. C. Internazionalista fosse al servizio del fascismo e della Gestapo è un'infamia gratuita che poteva essere stata messa in circolazione solo dalla mente perversa di un acerrimo avversario di classe. In compenso e a smentita dei volgari provocatori, loro sì eccome, del PCI, la polizia fascista, nei suoi rapporti a Mussolini sulla stampa clandestina, fu costretta ad ammettere la “autenticità di Prometeo”_, “_nonostante le accuse degli altri giornali comunisti ispirate dal compagno Ercoli (Togliatti)”. (Rapporto del 14 aprile 1944).

Il giudizio degli informatori fascisti su “Prometeo” era il seguente:

Unico giornale indipendente. Ideologicamente il più interessante e preparato. Contro ogni compromesso, difende un comunismo puro, senza dubbio trotzkista, e quindi antistalinista. Si dichiara senza esitazione avversario della Russia di Stalin, mentre si proclama fedele combattente della Russia di Lenin. Combatte la guerra sotto ogni aspetto: democratico, fascista o stalinista. Lotta dunque apertamente anche contro i “partigiani”, il Comitato di liberazione nazionale e il partito comunista italiano.

A parte la solita confusione tra il P.C. Int. e il trotzkismo, tipico di quei tempi e della ignoranza degli addetti “all'Intelligence” fascista, l'informativa era giusta sia per la prima parte, “giornale indipendente” cioè non finanziato e coperto da nessuno, tanto meno da organismi di Stato, che per la seconda, quella politica, dove si riferisce che la caratteristica fondamentale dell'organizzazione internazionalista fosse quella di essere contro la guerra, contro lo stalinismo della contro rivoluzione in URSS, contro il moto partigiano in quanto gabbia ideologica borghese all'interno della quale si costringevano le masse proletarie per un progetto “democratico” e non rivoluzionario”.

Uno dei tentativi messi in opera dal PCI e dal suo Centro nazionale fu quello di addossare ai dirigenti di Prometeo, e quindi del Partito Comunista Internazionalista, la responsabilità dell'esistenza e del tipo di comportamento condotto, ad esempio, dal gruppo torinese “Stella Rossa”, nel quale era nota la presenza di elementi provocatori. La diffamazione usata nei nostri confronti – indicati quali “agenti volgari e prezzolati della Gestapo” e dichiarati corresponsabili nei fatti e misfatti della stessa “Stella Rossa” – fu utilizzata alla fine della guerra per un’altra manovra politica di marca strettamente stalino-togliattiana. Esiste infatti un documento rimesso da parte del Centro del PCI alla Commissione per la Consulta. (Vedi gli atti della Commissione portati al giudizio del Governo dell’Esarchia influenzato dai ministri Togliatti e Scoccimarro.)

L'eliminazione fisica del “traditore” Onorato Damen fu direttamente indicata alle squadre punitive del “nuovo” partito di Togliatti sul Bollettino della Federazione comunista milanese. Già in sede di C.L.N. gli esponenti del PCI avevano avanzato richiesta per la “liquidazione” di O. Damen e dei suoi “seguaci” senza però ottenere l’avallo ufficiale.

La campagna di denigrazioni, minacce ed istigazioni contro gli internazionalisti, voluta e condotta in prima fila dal nazionalcomunismo, otteneva purtroppo uno dei suoi obiettivi: al già lungo e tragico elenco delle vittime disseminate in tutto il mondo dai sicari di Stalin, e direttamente in Italia da quelli di Togliatti, si aggiungevano altri due nomi: quelli dei compagni Fausto Atti e Mario Acquaviva, assassinati nel marzo e nel luglio del 1945, entrambi vittime della tecnica della eliminazione fisica dell’avversario, una caratteristica particolare del fascismo e dello stalinismo, e di tutta la controrivoluzione borghese in generale.

Ma tornando alle accuse di essere agenti dell'Ovra, della Gestapo e simili, verrebbe da rispondere “da che pulpito viene la predica!”. Se c'era un'organizzazione piena di spie, di collaboratori con l'Ovra, di doppiogiochisti, prima veri fascisti poi veri falsi comunisti, era proprio il partito di Togliatti. Si sa che quando il CNL arrivò a “conquistare” Roma ci fu, tra le fila delle Brigate legate al PCI, la corsa a mettere le mani sui registri dell'Ovra e del Ministero degli Interni, per cancellare dai libri paga i propri nomi e rifarsi una “verginità” politica che, peraltro, non hanno mai avuto. Non solo, il collaborazionismo con gli organismi di Intelligence fascisti era arrivato anche all'interno della dirigenza del PCI. Tra gli altri spiccano i nomi di Platone e Ignazio Silone (alias Severino Tranquilli) che sono stati collaboratori del regime, il secondo ancora dai tempi del partito socialista, a PCd'I non ancora costituito, mentre il primo iniziò a donare i propri servigi “solo” poco prima che scoppiasse la guerra. Invece, il Partito Comunista Internazionalista, pur non sfuggendo agli interessamenti dell'Ovra e di tutte le polizie fasciste, veniva definito ideologicamente indipendente e non infiltrato come altre formazioni alla sinistra dell'infiltratissimo PCI, corrotto e colluso dalla base ai vertici dell'organizzazione. Forse anche per questo il livore dei vari Togliatti, Secchia, Scoccimarro e Platone era particolarmente feroce e doveva accompagnare lo scontro politico contro i veri rivoluzionari tacciandoli di ogni infamia possibile, pur di nascondere il cambiamento di rotta dell'ormai ex partito comunista, il suo allineamento alle strategie borghesi e il suo definitivo abbandono della lotta di classe e degli interessi antagonisti del proletariato italiano come di quello internazionale. Però, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Molti nipotini dello stalinismo, ancora oggi, a corto di argomenti per polemizzare con le posizioni di Prometeo, continuano, da infami quali sono, a riproporre le solite aberranti accuse, dimostrando così di essere “degni” epigoni della controrivoluzione in Italia.

Diffamazioni, persecuzioni e delitti non furono sufficienti a fermare il cammino dei comunisti internazionalisti e di “Prometeo”. Per oltre sette decenni, da quel lontano novembre 1943, entrambi sono rimasti fedeli alle tradizioni della Sinistra Italiana e ne hanno portato avanti i principi fondamentali del marxismo rivoluzionario, lungo il filo rosso che caratterizza l’interpretazione marxista, materialistica e dialettica della storia.

Prometeo nella sua prima serie è stato il portavoce della sinistra italiana in seno al giovane Partito Comunista d’Italia quale rivista teorica di educazione marxista, sotto la guida della pattuglia di avanguardia che quel Partito creò, ne tenne per qualche anno la direzione, ne difese la purezza ideologica contro l’opportunismo delle frazioni di destra. Nella sua seconda serie è stato l’organo della frazione di sinistra del P.C.d’Italia costituitasi a Pantin (Francia) nel 1928 per continuare fuori dai confini nazionali l’opera di elaborazione ideologica sulla scorta degli errori commessi e delle sconfitte patite dal proletariato di tutto il mondo. Prometeo esce ancora quale organo del Partito Comunista Internazionalista, erede diretto di quella tradizione che parte dal Convegno di Imola (1920) e dall'atto di fondazione del P.C. d'Italia nel 1921 a Livorno.

Il suo compito è d’inserirsi nella spaventosa crisi da cui il mondo capitalista è sconvolto, col preciso intento di portare a termine il difficile compito di mantenere la rotta verso l'obiettivo rivoluzionario, di essere presente nelle battaglie sociali che verranno, contro i rumori di guerra che diventano sempre più forti e insopportabili, contro le crisi economiche che ne sono alla base e contro ogni genere di violenza sulle popolazioni, sul proletariato che, come sempre, è chiamato in prima persona a sopportare il peso delle crisi. Sul processo di devastazione della natura che la crisi stessa del capitalismo impone giorno dopo giorno. Per una soluzione rivoluzionaria che azzeri tanta barbarie e crei le premesse per la costruzione di una società senza classi, senza sfruttamento e che sia esente dalle spaventose e irrimediabili contraddizioni del capitalismo. A qualcuno potrebbe venire in mente di dire che siamo vecchi come la rivista Prometeo a cui ci riferiamo, che certe idee sono superate e che la società moderna è ben altra cosa rispetto ai tempi di Lenin, della rivoluzione russa e del romanticismo politico. A questi signori rispondiamo che ciò corrisponde a verità, che il capitalismo internazionale è cambiato, ma in peggio. Le sue crisi sono sempre più profonde e dilatate, i ricchi sono sempre meno numerosi ma sempre più ricchi mentre i poveri aumentano di numero e sono sempre più poveri. Lo sviluppo tecnologico invece di creare più ricchezza per tutti la concentra nella mani di pochi mentre centinaia di milioni di famiglie, sparse nei cinque continenti, fanno fatica a sopravvivere e non arrivano alla fine del mese. Lo sviluppo delle forze produttive mentre diminuisce i tempi e i costi di produzione delle merci e dei servizi, crea disoccupazione e maggiore sfruttamento per chi rimane nei meccanismi della produzione. Enormi investimenti in beni strutturali espellono una massa sempre crescente di lavoratori limitando sempre di più la fonte di reperimento dei profitti deprimendone il saggio. Fenomeno questo che è stato alla base della fuga dei capitali dalla produzione reale per la speculazione (crisi 2008), le cui bolle speculative sono deflagrate dando il via all'attuale crisi. Crisi non superata, nonostante gli sforzi finanziari di Usa, Giappone e UE, che hanno immesso nel circuito bancario decine di miglia di miliardi di dollari, yen e euro, ma che lì sono rimasti perché il sistema finanziario nel suo complesso deve ancora risolvere il problema delle “sofferenze” ovvero dei crediti non esigibili, per il semplice motivo che la crisi ha messo in ginocchio l'economia reale più di quanto non lo fosse prima che si creasse il “bubbone” della speculazione. Banche che nel breve-medio periodo si guarderanno bene dal ricominciare ad essere il motore propulsivo della ripresa economica, perché gravate da crediti inesigibili per centinaia di miliardi di euro o dollari e non fiduciose nella ripresa economica. Così il sistema capitalistico rimane nello stallo, la banche si leccano ancora le ferite, non danno soldi alle imprese, quando li danno lo fanno a tassi di interesse da usura e la tanto auspicata e invocata ripresa stenta o è assolutamente latitante. In compenso questo “nuovo” capitalismo che nulla avrebbe a che vedere con quello vecchio, sotto i colpi della crisi economica, mette in movimento crisi sociali, incrementa le sue performance belliche nelle aree energeticamente e strategicamente più importanti. Dalle rivolte arabe (Tunisia, Egitto, Yemen) si è passati a guerre civili e a veri e propri interventi militari come in Siria e in Libia. I protagonisti sempre gli stessi: gli Stati Uniti, che mai rinunceranno a tentare di gestire l'attuale fibrillazione imperialistica, la Russia, che si muove militarmente avendo le stesse ambizioni ma con segno contrastante, Inghilterra e Francia che rincorrono il sogno di ritornare ad essere un polo imperialistico di spessore nel basso Mediterraneo e nel Nord Africa, Turchia e Iran che si scontrano per interposti eserciti nel mare tempestoso delle zone curde. In più, questa crisi economica internazionale ha favorito la nascita e lo sviluppo dello jihadismo in versione sunnita, feroce carnefice e contemporaneamente strumento e vittima di quell'imperialismo che prima lo ha sostenuto, se non inventato, e poi combattuto come il male assoluto. Nel mentre che le piccole e grandi centrali imperialistiche si scontrano tra di di loro in un turbinio di scontri e alleanze mutevoli, a seconda dell'opportunità del momento, mietendo vittime civili a centinaia di migliaia, innescando spaventosi esodi biblici di popoli che scappano dalla guerra e dalla fame, milioni di proletariati vengono usati come carne da macello su tutti i fronti dello scontro E qui sta il problema di sempre. Il nostro richiamo al passato, alla tradizione della Sinistra Comunista significa indicare al proletariato internazionale, sia esso sfruttato dal capitale nelle “cittadelle” del capitalismo tradizionale, che si trovi in Giappone, negli Usa, nella vecchia Europa, in Cina o nei paesi emergenti, che deve iniziare a fare i conti con il suo avversario di classe. A maggior ragione se quel proletariato si trova a dover combattere per Assad o contro Assad, per Serraj o contro di lui, in nome di Allah o sotto le bandiere di un cristianesimo “neo crociato”che altro non significa che combattere per l'imperialismo russo piuttosto che per quello americano, per gli interessi iraniani o per quelli turchi, per quelli anglo-francesi piuttosto che per quelli più domestici del governo Renzi in Libia a favore dell'ENI e contro i disegni “neocolonialistici” dell'alleato e concorrente governo francese. La continua denuncia della barbarie imperialista è la base su cui si fonda la costruzione di una coscienza di classe che deve avere come obiettivo immediato quello di iniziare a definire l'ambito dei propri interessi da quello dell'avversario di classe. Non si combatte l'imperialismo schierandosi con una parte di esso, così come non si può raggiungere l'autonomia di classe senza un'organizzazione partitica, senza una tattica e una strategia che prendano le distanze da tutti i partiti borghesi, dalle strategie e dalle tattiche che fanno parte dell'altra “metà del cielo” quella della guerra, dello sfruttamento e delle false ideologie. Ieri, esattamente come oggi.

Prometeo – nel cui nome rivive l’eroe mitologico incatenato sulle rocce del Caucaso per aver rubato agli dei e donato agli uomini il fuoco della conoscenza – rappresenta una tradizione e un programma. La tradizione è quella della Sinistra Comunista, il programma è quello della rivoluzione comunista e internazionale. Entrambi nascono nel 1943 contro gli scempi del secondo conflitto mondiale e oggi si ripropongono contro lo stesso sistema di sfruttamento del “nuovo”capitalismo e dei suoi “nuovi” tentacoli imperialistici che vanno preparando un conflitto sempre più generalizzato che, per molti versi già abbondantemente iniziato, rischia di dilatarsi ulteriormente sull'onda di una crisi economica che non mostra di cedere il passo ad ipotesi di ripresa. Il nuovo Prometeo vuole sottrarre al capitale, alle sue crisi e alle sue guerre un proletariato mondiale che corre il rischio di diventare, per l'ennesima volta, la vittima sacrificale degli interessi imperialistici di una società capitalistica in perenne crisi di profitti e per questo più aggressiva, crudele e senza vie d'uscita che non siano quelle della distruzione massiccia di mezzi di produzione, di super sfruttamento del proletariato e di un progressivo immiserimento di masse sempre più ai margini di una vita “normale” e sempre più oggetti di lotte e guerre che non sono le sue. Niente di nuovo si potrebbe dire, ieri come oggi, ma con un tasso di barbarie in più. Essere contro la guerra significa essere contro il capitalismo e le sue mille facce. Contro ogni nazionalismo come contro ogni forma di gestione di un sistema economico basato sullo sfruttamento della forza lavoro. Contro ogni sua forma di amministrazione sia che si presenti in chiave mistica, teocratica, laica, o sotto le vesti di una falsa democrazia sempre pronta però a ricorrere alla divisa fascista della più violenta delle repressioni, quando le alterne vicende della lotta di classe lo rendono necessario. Niente di nuovo si diceva, ieri come oggi, ma anche come domani, se il proletariato internazionale non saprà reagire ai morsi economici e politici di questa crisi iniziando a lottare contro il capitale, contro le sue compatibilità e per il suo superamento. Ed è per questo che ci piace concludere con un passo tratto da Prometeo clandestino n°3.

Il nostro antifascismo.
L’antifascismo dei partiti democratici, che nella fase più acuta della crisi italiana si affiancarono al fascismo come a fratello maggiore; l’antifascismo del vecchio e glorioso partito socialista, che per congenita verbosa dabbenaggine politica gli ha spianato la strada lastricandola con le sue debolezze e i suoi errori, non è il nostro antifascismo.
Semmai, il comunismo è antifascista allo stesso modo che è antiliberale e antidemocratico; la distinzione perciò tra fascismo e borghesia antifascista è per noi quanto mai arbitraria, artificiosa e polemica, perché derivano entrambi della stessa matrice storica.
Concepiamo la lotta contro il fascismo come lotta che deve esser condotta innanzitutto e soprattutto contro il capitalismo, che al fascismo ha dato anima e corpo, gli ha trasfuso tutto l’odio che la paura folle della perdita del privilegio può ispirare e gli ha armato la mano per farne l’esecutore cieco e bestiale della sua vendetta di classe.
Chi sul piano della formulazione teorica, come su quello della lotta politica, distingue il fascismo dalla borghesia, la guerra fascista dalla guerra democratica, è esso stesso obbiettivamente, inconsciamente forse, fascista in potenza.
Solo la lotta totale, spietata contro il capitalismo, contro ogni sua manifestazione, ed in particolare contro la guerra che del capitalismo è la estrema più iniqua e barbara manifestazione, garantisce la serietà e la concretezza della lotta contro il fascismo mussoliniano di oggi e il fascismo democratico di domani.

Profezia? No, ottimo uso dell'analisi del divenire del capitalismo sì. Questo è, e resta, un monito a tutti quegli “antifascisti” che in nome della lotta alla dittatura salvano e rafforzano il sistema economico che la crea. Chi politicamente vive di solo antifascismo per la democrazia borghese oscilla tra due forme di amministrazione del capitalismo. Condannandone una si rafforza la seconda, così come inneggiando alla seconda si deprime la prima senza però mai mettere in discussione il capitalismo nel suo complesso. Per chi sostiene che anche la peggiore delle democrazie è meglio del fascismo, noi rispondiamo che l'alternanza delle due forme di amministrazione del capitalismo è dovuta alle necessità di conservazione di una società divisa in classi. Quando la lotta di classe latita è, per il capitale e per i suoi interessi economici, meglio una gestione “democratica” dello sfruttamento della forza lavoro. Quando la lotta di classe rialza pericolosamente la testa, l'uso della forza, la dittatura, rappresentano l'ultima “ratio” della conservazione borghese. È l'andamento della lotta di classe che impone al capitalismo di percorre una strada piuttosto che un'altra. Ma se incanalassimo il potenziale cammino della lotta di classe sul terreno dello scontro solo contro l'aspetto più feroce della gestione del potere del capitale per una soluzione “democratica” della lotta stessa, saremmo complici di un'azione di tradimento degli interessi storici della classe. Quindi: lotta di classe contro qualsiasi forma di dittatura, contro qualsivoglia gestione “democratica” dello sfruttamento capitalistico, lotta di classe per il comunismo, per una società senza classi dove l'interesse della collettività sarà la norma dell'organizzazione della produzione e della distribuzione sociale. Dove non ci saranno più interessi di classe da giustificare e da difendere con la forza della dittatura o con l'inganno della falsa democrazia.

Fabio Damen
Martedì, November 1, 2016

Prometeo

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