Appunti sull'eredità politica di Lenin - Parte 2

Continua dalla “Parte 1”: leftcom.org

2. Quanto dell'esperienza di Lenin fu valido nelle specifiche condizioni della Russia post-rivoluzionaria, ma non al di fuori di questa esperienza

Il concetto di doppia rivoluzione...

... dalla rivoluzione democratico-borghese alla rivoluzione proletaria. La Rivoluzione Russa chiude il ciclo della possibilità tattica di sviluppare la rivoluzione borghese fino alle estreme conseguenze della dittatura del proletariato, il problema era stato già chiaramente posto nel 1905:

avrà la classe operaia la funzione di un ausiliario della borghesia, potente per la forza del suo assalto contro l'autocrazia ma impotente politicamente, oppure avrà la funzione i egemone nella rivoluzione popolare? (24)."

La forza di Lenin sta nell’affermare che il proletariato deve perseguire incessantemente i propri scopi senza, in alcun caso, aspirare a fare il “partito di minoranza” che osserva lo svilupparsi del capitalismo. Fatto fu che tra le due guerre mondiali il capitalismo si affermò incontrastato in tutto il globo, la democrazia borghese perse così ogni, residua, funzione progressiva anti-aristocratica. Nelle determinate e limitate condizioni della Russia zarista il proletariato ebbe ancora una funzione democratica che perseguì in alleanza con i settori maggiormente oppressi – e quindi progressivi – della borghesia, i contadini; purché, naturalmente, fossero egemonizzati e guidati politicamente dal proletariato rivoluzionario. Sia detto tra parentesi, il contrario di quello teorizzarono, praticandolo, il maoismo e i suoi epigoni. Oggi in tutto il mondo, come già era nei paesi più avanzati dell’Europa di allora, tutto questo non ha più ragione di essere. La lotta è di sole due classi: borghesia e proletariato, il dominio di una esclude sistematicamente il potere dell’altra.

L’alleanza con i contadini come cardine tattico della Rivoluzione Russa

“Rivoluzione popolare”, Lenin non usa i termini a caso. In Russia il proletariato combatte tanto contro la borghesia quanto contro l'autocrazia semi-feudale, la rivoluzione in tale contesto potrà essere vittoriosa solo se coinvolgerà il popolo intero. Sia chiaro, allora si riteneva per popolo gli operai e i contadini, ossia le due classi sfruttate dalle due classi dominanti del tempo (borghesia e aristocrazia). Mai venne inteso per “popolo” il guazzabuglio di imprenditori, commercianti, “gente”… che avrebbero indicato successivamente con tale termine i seguaci di Mao e Stalin.

Solo degli uomini ignorantissimi possono misconoscere il carattere borghese della rivoluzione democratica in corso -- ma noi siamo tutti convinti che l'emancipazione degli operai non può essere che opera degli operai stessi; Che, senza la loro preparazione ed educazione mediante una lotta di classe aperta contro tutta la borghesia, è impossibile parlare di rivoluzione socialista (25).

Laddove esiste e domina la borghesia (e a maggior ragione la borghesia nella fase imperialista) la contraddizione principale è tra proletariato e borghesia; tutte le altre contraddizioni rivestono, inevitabilmente, un carattere subordinato.

Come correttamente sottolineò la Luxemburg, “la presa immediata della terra da parte dei contadini non ha nulla di comune con la società socialista.(26)

La spartizione della terra, punto strappato al programma dei Socialisti Rivoluzionari, fu una necessità che rese possibile l’alleanza con i contadini, ma al contempo fu anche un grosso limite perché impose un carattere piccolo-borghese alle prime realizzazioni rivoluzionarie. Ancora una volta per Lenin e i bolscevichi si trattava di resistere fino a che la rivoluzione fosse venuta, dall’occidente, a togliere le castagne dal fuoco delle contraddizioni che maturavano nella Rivoluzione Russa. Come ebbe a scrivere, nel medesimo testo, la Luxemburg: “In Russia il problema poteva solo essere posto ma non risolto.”

Le castagne, invece, si carbonizzarono.

L'autodeterminazione dei popoli...

... in questo quadro, venne vista dapprima – prima cioè di avere l’Ottobre Rosso – come movimento da appoggiare al fine di indebolire le metropoli coloniali capitaliste, successivamente come ipotesi tattica – mai verificatesi – di agganciare alla sfera di attrazione della rivoluzione montante i moti dei popoli coloniali che tentavano di liberarsi dalla dominazione delle grandi potenze. L’ipotesi non fu suffragata dai fatti, ogni tentativo di cavalcare le lotte anti-coloniali finì con un bagno di sangue ai danni del proletariato comunista, come in maniera tragicamente esemplare dimostrò la repressione del movimento cinese nel 1927-28.

Da una parte sta il periodo del fallimento del feudalesimo e dell'assolutismo, il periodo in cui si costituiscono una società e uno Stato democratico borghesi, in cui movimenti nazionali diventano, per la prima volta, dei movimenti di massa, trascinando, in un modo o nell'altro, tutte le classi della popolazione nella vita politica per mezzo della stampa, della partecipazione alle istituzioni rappresentative, ecc. d'altra parte, davanti a noi sta il periodo degli stati capitalistici completamente costituiti, il periodo, in cui il regime costituzionale è consolidato da lungo tempo, in cui l'antagonismo tra il proletariato e la borghesia è fortemente sviluppato, il periodo che può essere definito come la viglia del fallimento del capitalismo (27).

Lenin appoggia le lotte di liberazione nazionale, dapprima solamente nel momento in cui il partito proletario può sviluppare un proprio ruolo indipendente e nel momento in cui tali lotte indeboliscono le nazioni imperialiste e coloniali, poi nel momento in cui vi è la possibilità concreta di attrarre i moti nazionali nella sfera di influenza della rivoluzione russa. A distanza di un secolo la fase storica delle lotte di liberazione nazionale è chiusa da un pezzo.

Di fronte alla guerra del'14 Lenin, nel porre il problema strategico della trasformazione della guerra imperialista in guerra rivoluzionaria di classe, dichiarava aperta l'epoca storica della rivoluzione socialista con gli inevitabili suoi alti e bassi, ma non ha mai detto che l'eventuale sconfitta dell'esperienza rivoluzionaria del proletariato avrebbe chiuso questo ciclo storico dominato dalla alternativa imperialismo-rivoluzione proletaria per riaprire quello delle guerre nazionali, le quali pur nella manifestazione drammatica che ne hanno data le rivoluzioni afro-asiatiche tuttora in fase esplosiva non assumono valore storico determinante nel senso che si articolano e finiscono per concludersi nel quadro storico del dominio imperialista di cui semmai allargano la sfera di influenza (28).

Ribadiva a tal proposito Bordiga nel 1926 che

Nell’impostazione leninista restano tuttavia fondamentali i concetti della dirigenza della lotta mondiale da parte degli organi del proletariato rivoluzionario e della suscitazione, non mai del ritardo e della cancellazione, della lotta di classe nei termini indigeni, della costituzione e sviluppo indipendente del partito comunista locale (29).

Sarà solamente al termine della seconda guerra mondiale che i comunisti dichiareranno definitivamente conclusa tale fase tattica.

Parlamento, sindacato, NEP, Kronstadt…

Analizzando e sfruttando le condizioni particolarissime della Russia dei primi del ‘900 Lenin seppe non solo azzardare tattiche, come dire?, “sul filo del rasoio”, ma seppe anche procedere laddove queste si dimostrarono errate, riuscendo, in ultima istanza, a far prevalere sempre i motivi della strategia politica generale rispetto alle soluzioni pratiche contingenti (giuste o sbagliate) di volta in volta individuate: i bolscevichi ipotizzarono, a determinate condizioni, l’utilizzo del parlamentarismo, ma non esitarono a sciogliere l’assemblea costituente borghese all’indomani della rivoluzione; teorizzarono i sindacati come cinghia di trasmissione tra il partito e la classe, ma quando nacquero i soviet, e i sindacati invariabilmente si schierarono a difesa dello Stato, seppero individuare nei soviet e nella loro conquista il vero strumento attraverso il quale rendere possibile l’adesione del corpo della classe alle parole d’ordine politiche del partito, oltre che, naturalmente, gli autentici organismi del potere proletario.

I veri guai arrivarono dopo la conquista rivoluzionaria del potere.

L’espressione “repubblica socialista sovietica” significa che il potere dei soviet è deciso a realizzare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto che riconosce come socialisti i nuovi ordinamenti economici (30).

I bolscevichi repressero l’insurrezione dei marinai di Kronstad, spinti in questo scontro fratricida dalle difficoltà, dalla paura e dalle enormi contraddizioni accumulatesi in quasi quattro anni di guerra civile, isolamento e carestie. Contemporaneamente, spinti dalla necessità di resistere come punto di apertura della rivoluzione mondiale, permisero, con la NEP, i commerci di una piccola e media borghesia che, sola, poteva rianimare l’economia devastata. Queste misure non sono da concepire in alcun modo come passi in avanti vero il socialismo ma, al contrario, rappresentavano dei passi indietro, espedienti per resistere, congelare la difficile situazione in attesa del riprendersi della rivoluzione mondiale. Speravano che sarebbe stata solo questione di qualche anno prima che la rivoluzione si rianimasse in occidente, in realtà la Russia rivoluzionaria non uscì mai dal suo isolamento: gli espedienti – per quanto dolorosi – adottati per resistere fino a che il vento non fosse cambiato si trasformarono in primi passi verso il barato di un inevitabile processo di capitolazione controrivoluzionaria del quale, di lì a pochi anni, Stalin si fece interprete.

3. Quanto la sinistra comunista italiana ha criticato in Lenin

Una cosa è conquistare il potere, un’altra cosa è mantenerlo nelle drammatiche condizioni che abbiamo tratteggiato, aggravate da una pesante immaturità da parte dei neo-nati partiti comunisti occidentali.

Come ebbe ad osservare Rosa Luxemburg:

Tutto ciò che accade in Russia è comprensibile: è una catena inevitabile di cause ed effetti i cui punti di partenza e d’arrivo sono: la carenza del proletariato tedesco e l’occupazione della Russia da parte dell’imperialismo tedesco. Sarebbe cosa sovrumana esigere da Lenin e compagni, in simili circostanze, di dare quasi per incanto la migliore democrazia, la dittatura modello del proletariato e una fiorente società socialista.
Col loro atteggiamento risolutamente rivoluzionario, l’esemplare forza d’azione e l’incrollabile fedeltà al socialismo internazionale, essi hanno fatto l’inverosimile in condizioni difficili. Il pericolo comincia dal momento in cui, facendo di necessità virtù, cristallizzano in nuova teoria la tattica alla quale li hanno costretti queste fatali condizioni e vogliono raccomandarla quale esempio al proletariato internazionale come il modello di tattica socialista da imitare (31).

Questioni considerate “di tattica minore” fino al 1920 divennero improvvisamente questioni centrali. L’isolamento impose alla Russia di cercare delle strade per tentare di respirare laddove l’unica strada possibile, la sollevazione del proletariato europeo, si era interrotta. La parola d’ordine diventò “alle masse!”, la questione parlamentare venne affrontata non più come “questione di tattica minore” ma come indicazione tassativa. La socialdemocrazia, che fino all’anno prima era vista come il primo fattore della conservazione borghese, diventava un soggetto con il quale interloquire, all’interno dei fronti unici. In una fase in cui il ripiegamento, da ipotesi politica, si rese necessità strategica, i bolscevichi e Lenin si fecero sempre più incerti ed insicuri.

Voler generalizzare le esperienze tattiche russe...

... come abbiamo visto,_ è il primo errore: non è possibile estendere all’occidente ultra-maturo le lezioni contingenti maturate in una condizione materialmente molto arretrata, quale quella del regime autocratico russo. Un errore dovuto ad una condizione di vero e proprio soffocamento ed immaturità. Lenin scrisse “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” nella fiduciosa convinzione che la rivoluzione proletaria stava per estendersi in un’Europa occidentale della quale non conosceva bene le condizioni (la Russia era stata isolata per anni). Iniziò così il suo attacco alla sinistra comunista, innanzi tutto tedesca, nel tentativo di colmare le mancanze di quella esperienza politica con le lezioni tratte dall’esperienza dei bolscevichi in Russia, ma le condizioni in Russia erano particolarissime. È evidente come il suo primo consigliere inzi ad essere il panico, la nuova tattica proposta non si accordava affatto con le esigenze della lotta rivoluzionaria nei paesi a capitalismo ultra maturo.

L’immaturità dell’avanguardia comunista internazionale

Immaturità innanzi tutto delle avanguardie comuniste dell’Europa. Mentre i bolscevichi, assediati, avanzavano parole d’ordine politiche inadatte a guidare la rivoluzione in occidente32, la sinistra tedesco-olandese, che si trovava nell’epicentro della rivoluzione europea (in Germania si ebbero varie insurrezioni rivoluzionarie in cinque anni, tra il ‘18-19 e il ‘23), non si rivelò all’altezza. Seppe sì individuare alcuni nodi politici come la fine del “parlamentarismo rivoluzionario” nei paesi a capitalismo maturo; la dannosità dei fronti unici; l’avvenuta integrazione dei sindacati nelle logiche produttive... ma non seppero far fronte alla situazione. La “china” che presero le loro soluzioni fu debole, di stampo prettamente idealista. Dapprima si persero nella sterile polemica di stampo idealista su “partito di capi” e “partito delle masse” tematica che, tra l’altro, Lenin aveva già brillantemente liquidato nel 1903. Poi in luogo di risolvere in Germania i problemi della Rivoluzione Russa aprirono una polemica sui suoi caratteri di dittatura di partito e di alleanza tra classi. Finirono quindi, nel ‘21, per autoescludersi dal movimento reale, avanzando l’idea della costituzione di una nuova internazionale, quando il processo storico quella aveva prodotto come forma concreta dello scontro tra le classi; la Rivoluzione Russa venne sconfitta in Germania (e più in generale in Occidente), i suoi capi tedeschi non furono all’altezza della situazione. Sicuramente avrebbero potuto perdere comunque, ma avrebbero potuto comunque maturare esperienze utili per le rivoluzioni a venire, così non fu. La sinistra tedesca si sciolse in mille rivoli sterili, incardinati su di un impostazione completamente idealista che li portò al rifiuto stesso del concetto di partito.

D’altra parte, in Italia, nello stesso periodo, Bordiga si attardava a difendere l’ “astensionismo di principio” e perdeva così mesi preziosi, mentre gli operai occupavano con le armi le fabbriche e più che mai richiedevano una guida politica. L’ondata era passata. Il partito della rivoluzione nacque mentre montava la reazione e Mussolini fondava il Partito Nazionale Fascista.

La sinistra comunista italiana fu comunque l’unica che continuò a lottare fino alla fine nell’Internazionale comunista e che affrontò, come partito, la ritirata su di un terreno di classe. Tutti gli altri o si dispersero o passarono dall’altra parte, abbracciando la controrivoluzione staliniana.

La sinistra comunista italiana fu l’organizzazione, a livello mondiale, che più di ogni altra seppe affrontare i nodi andatisi maturando nel corso controrivoluzionario, il lavoro continuò nella frazione nella quale alcune contraddizioni non riuscirono ancora a trovare soluzione fino al 1943, quando nacque il Partito Comunista Internazionalista, unica forma di opposizione classista e rivoluzionaria alla II guerra mondiale.

In Russia la controrivoluzione e l’involuzione politica si alimentarono a vicenda. Le parole d’ordine provvisorie, già di per sé criticabili ma ancora interne ad una visione di classe, si cristallizzarono in una vera e propria deriva opportunista che fece perno sulle famose “soluzioni tattiche”: il governo operaio in luogo della dittatura del proletariato, il fronte unico con la socialdemocrazia, la conquista della maggioranza prima della rivoluzione. Se nel 1919 Bucharin si appellava con forza al proletariato europeo: “Fate in fretta a uscire dal partito socialista!”.

Il Lenin del 1921, con tutti i bolscevichi, poneva invece un problema numerico: “Alle masse!”, la conquista della maggioranza. Il taglio era stato dato troppo a sinistra. La tattica del fronte unico, ipotizzata da principio per smascherare gli opportunisti, fu l'inizio della fine e, in realtà, non fu mai funzionale al suo scopo ipotetico. La necessità di operare anche nei parlamenti per alleggerire la pressione sulla Russia rivoluzionaria divenne dominante nella misura in cui l’ondata rivoluzionaria si ritirava.

Un conto è elaborare teoria, strategia rivoluzionaria, un altro è arrivare al potere in condizioni estreme e non poter mettere in atto nemmeno i primi passaggi per realizzare il socialismo perché non ne esistono le condizioni. La lucidità politica che ancora era presente nel 1918/19, lentamente, andò perdendosi sotto il peso di gravissime determinazioni materiali, dell’avanguardia rivoluzionaria russa (che non era formata dal solo Lenin), dell’inesperienza, dell’immaturità dell’avanguardia di quella occidentale.

Fa specie che, in molti ambienti, ci si appelli al leninismo per difendere le posizioni politiche di compromesso che il rivoluzionario adottò in condizioni estreme, o di isolamento e impossibilità di realizzare il socialismo, o di forte arretramento, in un contesto economico-sociale-politico autocratico. No, il nostro Lenin è il dirigente della rivoluzione mondiale montante, non la vittima di un processo controrivoluzionario ormai inarrestabile. Ebbe delle responsabilità oggettive? Senza dubbio, come è responsabile l’autista del pulmann a cui si sono rotti i freni e, lanciato a folle velocità, non ha la prontezza di sterzare per evitare l’ultima curva.

Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l'odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a "consolazione" e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce (33).

Questa è l’epigrafe che il Lenin militante avrebbe messo sulla propria tomba, se non fosse stato imbalsamato come un semi-dio sulla Piazza Rossa.

Ma il nostro Lenin rimane il rivoluzionario che ha dimostrato al mondo che il sogno della rivoluzione proletaria e di un nuovo ordine sociale non è solo necessario, ma possibile.

[...] _a proposito del contrasto fra sogno e realtà -- . Il mio sogno può andare oltre il corso naturale degli avvenimenti oppure può deviare in una direzione verso la quale il corso naturale degli avvenimenti non può mai condurre. Nel primo caso, non reca alcun danno; anzi, può incoraggiare e rafforzare l’energia del lavoratore… In quei sogni non c’è nulla che possa pervertire o paralizzare la forza operaia; tutt’al contrario. Se l’uomo fosse completamente sprovvisto della facoltà di sognare in tal maniera, se non sapesse ogni tanto andare oltre il presente e contemplare con l’immaginazione il quadro compiuto dell’opera che è abbozzata dalle sue mani, quale impulso, mi domando, l’indurrebbe a cominciare e a condurre a termine grandi e faticosi lavori nell’arte, nella scienza e nella vita pratica? …Il contrasto tra il sogno e la realtà non è affatto dannoso se chi sogna crede fortemente al suo sogno, se osserva attentamente la vita, se confronta le sue osservazioni con le sue fantasticherie, se, in una parola, lavora coscienziosamente all’attuazione del suo sogno. Quando vi è contatto tra il sogno e la vita, tutto è per il meglio (34).

Lotus

(24) Lenin, Introduzione a due tattiche della socialdemocrazie, 1907.

(25) Lenin, Due tattiche della socialdemocrazia, 1907

(26) Luxemburg, La Rivoluzione Russa, 1918

(27) Lenin, Sul diritto delle nazioni all'autodeterminazione, 1914, Interessante qui la polemica non la Luxemburg, andrebbe poi approfondito anche l’intervento critico dell’indiano Roy al Congresso dei popoli oppressi d’oriente di Baku del 1920, cfr. tesi su Tattica comunista nei paesi della periferia capitalista, VI congresso del Partito comunista internazionalista, 1997.

(28) I limiti della doppia rivoluzione, Battaglia comunista 1960

(29) Tesi della sinistra, Lione, 1926

(30) Lenin, Sull’imposta in natura, 1921

(31) Rosa Luxemburg, La rivoluzione Russa, 1918

(32) Nessuna delle nuove tattiche introdotte dal ‘21 in avanti si dimostrò efficace o portò a risultati concreti in nessun paese del mondo.

(33) Lenin, Stato e rivoluzione, 1917

(34) Pissarev, cit. in Lenin Che fare?, 1902

Venerdì, January 5, 2018

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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