Come inquadrare oggi le “lotte di liberazione nazionale”?

Senza dogmi “marxisti” né miti “leninisti”

Con l’articolo precedente abbiamo iniziato un lavoro per un bilancio sull’eredità politica di Lenin. Il lavoro citato rappresenta uno schema per un percorso più ampio ed i temi trattati meriteranno ulteriori articoli di approfondimento. Con il seguente articolo iniziamo ad approfondire la questione delle “lotte di liberazione nazionale”. Si tratta della riproposizione di un lavoro pubblicato sul nostro sito web nell’ottobre del 2014 che non aveva trovato ancora spazio su Prometeo, riteniamo che questa sia una buona occasione per riproporlo.

Marx, Lenin… e i miti “Marxisti”

Ci siamo trovati spesso a discutere su questo tema, con diverse organizzazioni e compagni(1). Abbiamo notato che tutti – per contrapporsi a noi e giustificare l’appoggio “incondizionato” a questa o a quella “lotta di liberazione” a questo o a quel nazionalismo – ad un certo punto del dibattito calano il jolly: i riferimenti a Marx, Engels e Lenin. La loro conclusione quindi spesso è sintetizzata dall’affermazione: “le vostre tesi non sono marxiste”.

Marx nell' ‘800 aveva giustamente assegnato ai moti nazionali un carattere progressivo. Siamo nella fase di ascesa del capitalismo, in cui la borghesia lottava contro ciò che restava della società feudale, per l’affermazione completa dei rapporti di produzione capitalistici. In questo contesto i moti nazionali di indipendenza, per la formazione degli stati nazionali, assumevano un carattere progressivo in quanto parte del processo di smantellamento della decadente società feudale.

È in questo senso che occorre considerare l'apparente affiancamento dei moti socialisti rivoluzionari di allora ai moti capitalisti contro le roccaforti del feudalesimo (2).

Marx ed Engels analizzavano i moti nazionali quando questi contribuivano al superamento delle strutture feudali, a consolidare i rapporti capitalistici e ad alimentare la formazione di quel proletariato che sarebbe stato poi capace di recitare un ruolo autonomo nella storia della lotta di classe.

Non ci si può limitare, sempre e solo, a cercare risposte tra i testi “classici” ed è errato pretendere di definire le attuali indicazioni politiche attraverso il semplice copia/incolla di soluzioni “tattiche” formulate in passato; Senza contare che non è raro il caso in cui le citazioni vengono falsificate ad uso e consumo di chi le adopera. Per noi questo non significa aderire al metodo marxista, e riduce le figure politiche rivoluzionarie a santini da venerare. Il marxismo – materialismo storico e dialettico, unito alla critica dell’economia politica – rappresenta uno strumento di analisi scientifica della storia, dell’evoluzione dei modi di produzione e dei rapporti sociali. In quanto metodo scientifico di analisi, bisogna tener conto che:

  1. tutto parte dalla raccolta dei dati (dalla constatazione empirica del concreto), sulla base di ciò si definiscono leggi e modelli;
  2. modelli e leggi – oltre ad essere validi fino a prova contraria – hanno un loro limitato campo di applicabilità;
  3. il campo di validità può essere ristretto o ampliato;
  4. le conclusione scientifiche possono essere provvisorie o migliorabili.

Il marxismo è un metodo d'analisi, non una religione. Esso ha, lo ripetiamo, punto di partenza nell’analisi del concreto; degli eventi, del loro contenuto storico, economico, sociale. “I presupposti da cui partiamo non sono arbitrari, non sono dogmi, sono invece presupposti reali...”(Marx, “L’ideologia tedesca”). Dimenticarsi di tutto ciò significa abbandonare il marxismo come metodo scientifico, renderlo morto, non più una guida per l’azione rivoluzionaria.

Lenin in “Materialismo ed empiriocriticismo” giustamente sottolineava che:

Per far progredire il materialismo, bisogna smettere il gioco banale con la parola “verità eterna” e bisogna saper porre e risolve dialetticamente la questione della correlazione tra verità assoluta e verità relativa.

La dialettica materialistica di Marx ed Engels contiene in sé incontestabilmente il relativismo, ma non si riduce ad esso, ammette cioè la relatività di tutte le nostre conoscenze, non nel senso della negazione della verità obiettiva, ma nel senso della relatività storica, dei limiti dell’approssimazione delle nostre conoscenze a questa verità (3).

Per Engels, la verità assoluta è somma di verità relative […] Ogni passo nello sviluppo della scienza aggiunge nuovi granelli a questa somma di verità assoluta, ma i limiti della verità di ogni tesi scientifica sono relativi, giacché vengono ora allargati, ora ristretti col progredire della conoscenza.

Voi direte che questa distinzione tra verità assoluta e la verità relativa è indeterminata. Vi rispondo che essa è appunto “indeterminata” quanto basta per impedire che la scienza si trasformi in un dogma, nel peggior senso della parola, in qualche cosa di morto, di rigido, ossificato; ma nello stesso tempo, essa è “determinata” appunto quanto basta per distinguersi nel modo più deciso ed inequivocabile dal fideismo, dall’agnosticismo, dall’idealismo… (4).

Chi dunque in questo campo (delle “scienze storiche”, ndr) dà la caccia a verità definitive di ultima istanza, a verità pure e in generale immutabili, poco porterà a casa, tranne banalità e luoghi comuni della peggiore specie…

Bisogna cercare di far proprio il metodo, non ridursi semplicemente a ripetere, e adattare in modo acritico, le conclusioni lette nei classici. Bisogna sviluppare la capacità di “saper porre e risolvere in modo dialettico la correlazione tra verità assoluta e verità relativa”, questo è un punto fondamentale per tenersi ancorati al metodo marxista. Quanto più si è incapaci di fare ciò tanto più ci si allontana dal metodo scientifico marxista.

Le analisi di Marx sui moti nazionali erano valide ma tale validità è limitata a quel contesto storico, esattamente come – p.es. – le conclusioni del secondo capitolo del "Manifesto" erano valide nel 1848, ma ritenute dagli stessi Marx ed Engels superate un quarto di secolo dopo, dopo la Comune di Parigi. Tornando alle “lotte di liberazione nazionale” analizzate da Marx, possiamo dire che oggi movimenti nazionali con quel tipo di caratteristiche non esistono più, essendo ampiamente conclusa la fase di ascesa del capitalismo; il quale ormai da oltre un secolo è presente in ogni angolo della terra, nello stadio di sviluppo imperialista. Prendere a prestito i giudizi che Marx formulava sui moti nazionali ottocenteschi per applicarli a fenomeni totalmente diversi, come le attuali “resistenze” e “lotte nazionali”, è un grossolano errore, non ha alcun valore scientifico.

Passiamo a Lenin, la “pezza d’appoggio” più amata. È noto che Lenin nel 1920 non escludeva l’appoggio tattico ai “movimenti di liberazione nazionale e coloniale”, auspicando la “stretta alleanza” tra questi e “la Russia dei Soviet”.

La situazione politica mondiale ha posto all'ordine del giorno la dittatura del proletariato, e tutti gli avvenimenti della politica mondiale convergono inevitabilmente verso un solo centro di gravità: la lotta della borghesia mondiale contro la Repubblica Sovietica della Russia che raggruppa inevitabilmente attorno a sé tutti i movimenti di emancipazione nazionale delle colonie e dei popoli oppressi, i quali, per la loro amara esperienza, vanno persuadendosi sempre più che per loro non c'è salvezza all'infuori della vittoria del potere dei Soviet sull'imperialismo mondiale. Per conseguenza, oggi è necessario condurre una politica che assicuri l'attuazione della più stretta alleanza fra tutti i movimenti di liberazione nazionale e coloniale e la Russia dei Soviet (5).

Le Tesi adottate dall’Internazionale Comunista (1920) pur affermando che

la politica dell'Internazionale Comunista deve assumere come base principalmente l'unione dei proletari e di tutte le masse lavoratrici di ogni nazione e paese, in una comune lotta rivoluzionaria per abbattere i proprietari fondiari e la borghesia...

allo stesso tempo non escludevano la collaborazione del proletariato con alcune borghesie nazionali:

per l'abbattimento del capitalismo straniero, che costituisce il primo passo verso la rivoluzione nelle colonie, la cooperazione degli elementi rivoluzionari nazionalisti borghesi è utile.

È necessario, obbligatorio, capire in quale contesto ciò avveniva e con quali motivazioni venivano giustificate quelle elaborazioni tattiche. Cerchiamo di ricostruirle.

  1. Da sempre alla base della strategia bolscevica vi era l’estensione della rivoluzione su scala internazionale. Ma nel 1920 la Russia restava isolata e accerchiata, unica nazione dove la rivoluzione proletaria era avvenuta. L’alleanza tattica con i “movimenti di liberazione” avrebbe potuto contribuire ad indebolire alcune potenze capitaliste, in particolari quelle uscite vincitrici dalla guerra, per esempio l’Inghilterra.
  2. In Russia era avvenuta la rivoluzione ed, in generale, eravamo in una fase storica ricca di fermento proletario. La Russia, con in più lo scoppio della rivoluzione in altri paesi economicamente avanzati avrebbero dovuto fungere da calamita. L'ipotesi tattica quindi era che la Rivoluzione Russa avrebbe potuto esercitare la funzione di polo di attrazione per le “lotte di liberazione nazionale” dei paesi coloniali, legandoli a doppio filo allo sviluppo delle conquiste rivoluzionarie dentro e fuori la Russia in una sorta di "doppia rivoluzione" che avrebbe visto i paesi nell'orbita della Rivoluzione Russa inesorabilmente contrapposti a quelli nell'orbita delle potenze imperialiste.
  3. Premessa a tutto ciò era lo sviluppo indipendente dei partiti comunisti, agganciati all’Internazionale, nelle nazioni dove la tattica doveva essere applicata. Questo era lo spirito e le speranze che animavano Lenin.

Facciamo tali osservazioni non per “salvare la faccia” a Lenin. Semplicemente vogliamo sottolineare quanto sbagliato sia tirare oggi in ballo Lenin per giustificare l’appoggio “incondizionato” ai movimenti nazionali. È inutile infatti sottolineare che oggi non sono minimamente presenti i presupposti sui quali Lenin basava lo sviluppo delle proprie tesi tattiche. Al di là, quindi, se le giudichiamo giuste o sbagliate, le attuali tesi a sostegno delle “lotte di liberazione” certamente non possono essere ricondotte… alla “tattica di Lenin”. Lenin, a torto o a ragione, sviluppava una tattica inserendola all’interno del processo rivoluzionario comunista, gli attuali “tifosi” delle “lotte di liberazione” no, il loro sostegno è… “incondizionato”. Secondo i presupposti di Lenin, le “lotte di liberazione” avrebbero assunto carattere antimperialista perché agganciate alla rivoluzione socialista, secondo i “tifosi” attuali alcuni paesi e alcune “lotte di liberazione” sarebbero in sé “antimperialisti” e quindi andrebbero sostenuti “incondizionatamente”; mostrando così di non aver compreso la lezione che Lenin dà ne L’imperialismo : l’imperialismo non è una politica bensì “la fase suprema del capitalismo”.

In generale, la tattica va sviluppata partendo da presupposti reali. Non ha senso congelare tesi tattiche prese dal passato, dargli un valore assoluto e annoverarle tra i principi del programma comunista. Così si confondono, tipico dell’opportunismo, tattica e programma. La tattica definisce obiettivi contingenti, funzionali alla realizzazione del programma comunista. Ed è la tattica che “si piega” al programma, non viceversa.

Precisato ciò, va detto che la Sinistra Comunista italiana non digerì bene le proposte tattiche che Lenin avanzava. Anche se ne comprendeva, per diversi aspetti, lo spirito e le ragioni contingenti. Il loro impianto infatti, se supportato dalle tre premesse prima riportate, a quei tempi poteva apparire efficace; così poi non sarà. Già nel 1920, durante i lavori dell’Internazionale, la Sinistra Comunista sottolineò le proprie perplessità, in particolare su alcuni passaggi, come l’ambigua distinzione tra “popoli oppressi” e “popoli oppressori”. Ma ancor più lo farà negli anni successivi, quando le debolezze delle precedenti formulazioni tattiche si ingigantirono, entrando a far parte del processo degenerativo dell‘Internazionale:

L'appoggio di movimenti coloniali, ad esempio, ha tanto poco sapore di collaborazione di classe, che mentre si raccomanda lo sviluppo autonomo e indipendente del partito comunista nelle colonie perché sia pronto a superare i suoi momentanei alleati con un'opera indipendente di formazione ideologica e organizzativa, si chiede l'appoggio di movimenti di ribellione coloniale soprattutto ai partiti comunisti delle metropoli (6).

Ben note sono anche le critiche mosse dalla Luxemburg al principio sostenuto dai bolscevichi del “diritto delle nazioni a disporre di se stesse”.

In verità, in tutti i casi, non sono le nazioni che hanno fatto tale politica reazionaria, ma solamente le classi della grande e piccola borghesia che, in opposizione alle classi proletarie dei loro paesi hanno fatto di questo «diritto di libera disposizione delle nazioni» uno strumento della loro politica controrivoluzionaria di classe». «I bolscevichi dovevano imparare a loro spese, e a danno della rivoluzione, che precisamente, sotto il capitalismo, non vi è «libera volontà» della Nazione, che, in una società di classi, ogni classe della nazione cerca di «disporre di sé» in modi diversi e che per le classi borghesi i punti di vista di libertà nazionale scompaiono completamente dietro quelli della dominazione di classe (7).

Chi aveva torto? Chi ragione? Per quanto ci riguarda abbiamo sempre trovato le osservazioni della Sinistra Comunista italiana e della Luxemburg corrette e lungimiranti. Ma schierarsi oggi, in quel dibattito del passato, con l’uno non significa screditare la figura rivoluzionaria dell’altro. Riteniamo che delle figure politiche rivoluzionarie i comunisti devono farne un bilancio; ciò vale in generale per le organizzazioni e le esperienze che hanno riguardato il movimento proletario. Bilancio significa: valutare, e fare proprio, quanto di positivo queste figure hanno portato nello sviluppo della teoria e prassi comunista. Lenin – e con lui il Partito bolscevico e la Rivoluzione d’ottobre – rappresenta per noi una figura rivoluzionaria proprio perché ha contribuito a produrre passi in avanti su molti, tanti, punti della piattaforma politica comunista. Ciò non vieta, alla luce anche di altri cento anni di storia, di criticarlo, se necessario.

Inoltre bisogna tener conto che non è sempre facile dare giudizi categorici sulle formulazioni tattiche adottate dai rivoluzionari in passato. È giusto e utile cercare di analizzarle ma quando si passa poi a formulare i giudizi, su alcuni punti a volte bisogna “accontentarsi” di fermarsi allo stadio della “semplice” perplessità, di mantenere vivo il dubbio. Ciò è vero in particolare quando ci si riferisce a periodi storici che si collocano a cavallo tra fasi diverse del capitalismo, dove le differenze non sono ancora ben delineate; o perlomeno non potevano esserlo agli occhi di chi ci ha preceduto. Forse anche per tale ragione alcuni nodi non potevano ancora essere sciolti ai tempi della Terza internazionale e diventarono oggetto di dibattito tra rivoluzionari di grande spessore.

Ma se, su alcuni aspetti, può essere concesso nutrire dubbi circa l’applicazione di quelle tattiche nel passato, nessun dubbio i comunisti devono nutrire quando si passa a valutare la loro applicabilità o meno oggi, in un quadro molto ben delineato. Invece di far progredite la teoria comunista la faremmo arretrare. Fermo restando la nostra condivisione delle critiche sviluppate già allora dalla Sinistra Comunista italiana e dalla Luxemburg, diciamo, senza alcun dubbio che: le formulazioni tattiche promosse da Lenin, e adottate dalla Terza internazionale, sulla questione nazionale e coloniale, oggi (e in futuro) non avrebbero alcun senso di esistere, nemmeno in una veste “riadattata”.

Come inquadrare allora oggi le cosiddette “lotte di liberazione nazionale”, “di autodeterminazione dei popoli”, “di indipendenza”? E quali sono le conseguenti conclusioni politiche? Il P.C. internazionalista negli anni ha prodotto sul tema molti lavori. Analisi giuste? Per noi ovviamente sì. Sbagliate? Una cosa è certa: abbiamo sviluppato le nostre tesi prendendo man mano in considerazione gli eventi, sforzandoci di applicare il metodo marxista, senza restare ingessati sotto l’influenza dei miti; nemmeno il mito di noi stessi. La “questione nazionale” infatti – come del resto tutte le altre – per essere analizzata va riportata nel proprio contesto, senza commettere l’errore di associare in modo forzato gli eventi attuali con quelli, del tutto differenti, analizzati da Marx. Lo stesso Lenin era stato “costretto” ad affermare che per inquadrare i “movimenti nazionali” bisognava distinguere tra un primo periodo, in cui si formava la società borghese, sulle macerie di quella feudale, dal periodo in cui gli stati capitalistici erano completamente formati e l’antagonismo borghesia-proletariato fortemente sviluppato. Così come anche Marx, in precedenza, inquadrava il problema distinguendo due fasi storiche già all’interno del primo periodo. Una prima fase in cui il proletariato non poteva che andare al rimorchio, in cui la lotta della borghesia contro l’aristocrazia, per la formazione di stati nazionali indipendenti, era condotta con l’apporto sussidiario del proletariato. Una fase successiva nella quale invece la lotta della borghesia diretta contro il proletariato assumeva già un peso molto consistente, in quanto la classe operaia iniziava a mostrare una propria capacità di lotta, con rivendicazioni autonome (vedi per esempio la Comune di Parigi). Ciò per ribadire ancora che: per periodi storici diversi, dinamiche apparentemente simili possono assumere in realtà contenuti fortemente diversi.

Tornando all’oggi. È veramente impossibile rispondere attraverso un “semplice” articolo in modo esaustivo alle domande che sopra ci siamo posti. Un'ottima sintesi è costituita dalle “Tesi sulla tattica nei paesi della periferia capitalistica”, approvate nel 1997 al nostro ultimo congresso, consultabili anche sul sito web, nella seconda parte di questo lavoro ne proponiamo le parti più significative.

Per concludere questo prima paragrafo ci preme almeno sottolineare che nessuna frangia della borghesia oggi è rivoluzionaria, nè può svolgere una funzione rivoluzionaria o progressiva, nemmeno dal punto di vista nemmeno dal punto di vista borghese. Non ha alcun senso assegnare ad una frangia borghese un carattere rivoluzionario ed “antimperialista” solo per il fatto che oggi essa sia “più debole” e venga attaccata da un “imperialismo più forte”. Senza tener conto inoltre dei padrini imperialisti che le stanno dietro. Ogni azione di qualsivoglia frazione della borghesia oggi termina comunque con la conservazione degli attuali rapporti di produzione, quelli del capitalismo che ha raggiunto la propria “fase suprema di sviluppo” (imperialismo). Le “lotte di liberazione”, come le “aggressioni” imperialiste, sono parte dello scontro interimperialistico e quindi inserite totalmente in questo quadro di conservazione. Esse non hanno, e non potrebbero avere, alcun carattere di “indipendenza” o “progressivo”.

Nel capitalismo che da oltre un secolo si trova nella propria “fase suprema di sviluppo” (imperialismo) solo il proletariato è classe rivoluzionaria. Solo il potere del proletariato e la realizzazione di una società comunista oggi hanno carattere progressivo, in quanto solo essi propongono di rivoluzionare gli attuali rapporti di produzione, per lo sviluppo della società su basi diverse.

I comunisti devo mettere al centro del proprio lavoro la realizzazione del programma comunista. Oggi, in mancanza di quelle condizioni soggettive indispensabili affinché si possa aprire una fase rivoluzionaria, i comunisti devono agire per contribuire a sviluppare tali condizioni, anziché, come fanno in molti, ripiegare su soluzioni borghesi, proponendole come tappe “intermedie”, affidandogli un inesistente carattere progressivo.

Estratti dalle Tesi del 1997

[…] Il concetto centro e periferia implica ed esprime la concezione marxista del periodo storico attuale come di un periodo in cui l'imperialismo domina in ogni angolo più remoto del globo, avendo da tempo sovraimposto a formazioni economico-sociali diverse, genericamente precapitaliste, le leggi del suo mercato internazionale e i meccanismi economici che lo caratterizzano. […]

Il centro del sistema capitalista attrae nella sua orbita quei paesi attraverso la esportazione delle merci e dei capitali, la importazione di materie prima e prodotti agricoli, la loro integrazione nel sistema internazionale della divisione del lavoro. Nel mentre stesso inserisce ciascun paese nel ciclo complessivo di riproduzione e accumulazione di se stesso, il capitalismo esporta in quei paesi le sue proprie contraddizioni. Sovrapponendo se stesso e le sue leggi economiche a formazioni sociali diverse da sé e dalle sue stesse formazioni di origine, il capitalismo imperialista le immette direttamente nel ciclo della sua accumulazione e nell'intreccio delle sue contraddizioni economiche e dei suoi conflitti di classe, soggiogando ai suoi interessi e alla politica della propria conservazione i modi e i rapporti di produzione che trova e che marginalmente mantiene, e le stesse formazioni sociali e politiche che a quei rapporti di produzione tradizionalmente corrispondevano.

La permanenza di rapporti precapitalistici e di formazioni sociali e politiche "preborghesi" era necessaria da una parte e funzionale alla dominazione imperialista dall'altra […] la contraddizione fra dominio capitalista e permanenza di rapporti economici e formazioni sociali precapitalistici non esiste, è bensì condizione di quello stesso dominio.

Il mantenimento dei vecchi rapporti economici e sociali e la loro subordinazione agli interessi di dominio del capitale imperialista internazionale nei paesi periferici, significa diversità delle loro formazioni sociali e politiche rispetto alle cittadelle metropolitane. Questa diversità riguarda la composizione delle fasce sociali intermedie fra le due classi fondamentali. Non è diversità delle classi fondamentali e storicamente antagoniste ovunque: proletariato e borghesia. La diversità delle formazioni sociali è dunque diversità delle forme di dominio e di oppressione della borghesia sul proletariato e sulla intera collettività, ma non nega la presenza delle due classi. […]

La diversità delle formazioni sociali, il fatto che il modo di produzione capitalista nei paesi periferici si è imposto sconvolgendo i vecchi equilibri e che la sua conservazione si fonda e si traduce in miseria crescente per masse crescenti di proletarizzati e diseredati, l'oppressione politica e la repressione che sono quindi necessarie perché le masse subiscano quei rapporti, tutto ciò determina nei paesi periferici un potenziale di radicalizzazione delle coscienze più alto che nelle formazioni sociali delle metropoli. Radicalizzazione non significa necessariamente a sinistra, come dimostrato dalle recrudescenze dell'integralismo islamico a seguito di materiali sommovimenti delle masse povere (Algeria, Tunisia, Libano). Il materiale muoversi delle masse determinato dalle oggettive condizioni di ipersfruttamento trova sempre e necessariamente una sua espressione ideologica e politica fra quelle che nel quadro dato si presentano e si muovono.

Nei paesi periferici, il capitale non può esprimere il proprio dominio nelle medesime forme in cui lo esercita nelle sue culle, nei suoi centri metropolitani. La democrazia borghese, “l'arma più efficace della conservazione capitalistica”, ha nei paesi periferici vita precaria e comunque "diversa". Non è l'oppio democratico ad agire sulle masse, nel tenerle ferme e sottomesse, ma la durezza della repressione. […]

La “borghesia nazionale” di ciascun paese periferico è nazionale solo per l'anagrafe dei suoi membri e per il particolare tipo di istituzioni politiche oppressive di cui si dota contro la “sua” sezione nazionale di proletariato. Ma la borghesia dei paesi periferici rientra, come parte costitutiva, nella classe borghese internazionale, dominante nel sistema complessivo dello sfruttamento perché in possesso dei mezzi di produzione a scala internazionale. Come tale, ciascuna sezione nazionale della borghesia, partecipa alla spartizione del plusvalore internazionalmente estorto al proletariato con pari responsabilità e pari destini storici, al di là dei rapporti quantitativi.

[…] Il dissenso tra la borghesia di un paese periferico e la borghesia metropolitana riguarda le condizioni alle quali entrambe partecipano alla spartizione del plusvalore e agli eventuali balzelli che una deve pagare all'altra per sedere al banco di spartizione del bottino. Contrasti ed eventuali conflitti non riguardano e non riguarderanno mai la sostanza dei rapporti di sfruttamento fra lavoro e capitale, che anzi insieme difendono contro il pericolo rappresentato dal proletariato.

La natura periferica dei paesi comporta la natura periferica delle rispettive borghesie rispetto alla concentrazione del capitale metropolitano. Ciò si traduce in una sorta di subordinazione delle une rispetto alle altre e quindi una ovvia tendenza a riscattare la propria condizione, modificando o ribaltando i ruoli. Ma questi ruoli sono pur sempre quelli di sfruttamento del proletariato.

Le sezioni di "borghesia nazionale" che per la particolare propria debolezza economica, dovuta ai più diversi fattori, non sono ancora inserite nei circuiti internazionali del capitale, ovvero non partecipano ancora direttamente allo sfruttamento congiunto del proletariato internazionale, per questo rivendicano spesso la propria salita al tavolo delle spartizioni. Tale rivendicazione può anche assumere la forma di opposizione al dominio che il capitale metropolitano instaura sui loro paesi, in termini economici e quindi politici. Ma questa opposizione non può essere in alcun modo confusa con l'antagonismo storico che oppone proletariato e borghesia, né può in alcun modo essere utilizzata in termini di alleanze di classe nella lotta del proletariato contro il capitale e i suoi centri imperialisti.

Le frizioni e le discordie interne a uno schieramento possono essere utilizzate dallo schieramento avversario in una guerra fra due contendenti; ma ciò non significa alleanza, neppure temporanea, fra un fronte e una sezione dell'altro. Così i dissidi interni allo schieramento di classe della borghesia nel mondo possono facilitare la lotta del proletariato – nel senso di un relativo indebolimento del nemico in certe congiunture storiche. Ma solo gli opportunisti controrivoluzionari possono pensare che la tattica del proletariato possa consistere nell'alleanza con una parte per sconfiggere l'insieme della classe avversaria. Simili "tattiche" altro non sono che l'asservimento del proletariato agli interessi di una sezione della borghesia, in una dinamica complessiva di conservazione e di rafforzamento del modo di produzione capitalista. […]

La tattica del proletariato in fase imperialista esclude dunque nel modo più assoluto qualsiasi alleanza, anche temporanea, con qualunque frazione della borghesia, non riconoscendo a nessuna di esse il carattere "progressista" o "antimperialista", che altre volte è stato addotto a giustificare tattiche di fronte unico. […]

Le forze comuniste internazionaliste considerano come avversarie da subito tutte quelle forze borghesi e piccolo borghesi che, in nome del progressismo, dello sviluppo economico o politico democratico, predicano e cercano di praticare l'alleanza di classe fra il proletariato e la borghesia, la conseguente pace sociale e il rinvio della lotta di classe proletaria. Respingeranno quindi qualsiasi forma di alleanza o fronte unito, anche temporaneo, teso a raggiungere presunte fasi intermedie fra la attuale situazione di dominio capitalista e la dittatura del proletariato. In caso di sommovimenti che diano luogo a governi e regimi di cosiddetta nuova democrazia o democrazia rivoluzionaria, manterranno il proprio programma comunista e il proprio ruolo antagonista rivoluzionario. […]

I comunisti internazionalisti nei paesi periferici non inscriveranno nel loro programma il raggiungimento di un regime che assicuri le libertà elementari e le forme di vita democratica, ma il raggiungimento della dittatura del proletariato, che supera quelle libertà borghesi per assegnare al proletariato organizzato nei suoi consigli il compito della emancipazione dell'intera società dalle catene del capitale.

Si faranno i difensori più decisi e conseguenti di quelle libertà, smascherando le forze borghesi e piccolo-borghesi che, agitandole per rivendicare un regime democratico borghese, si preparano a negarle subito dopo, negli interessi e secondo le necessità della dominazione del capitale nei paesi avanzati. Questa è la traduzione odierna del tradizionale motto rivoluzionario: rovesciare le riforme contro i riformatori.

Di fronte ai residui movimenti propriamente nazionalistici, i comunisti distinguono l'espressione nazionalista del movimento dalle sue origini profonde, ancora una volta individuabili nello stato di profonda oppressione e miseria che la occupazione o la diretta dominazione straniera genera sulle masse.

Sulla base di questa distinzione, denunciano il carattere borghese del nazionalismo, la sua impotenza a risolvere la situazione di miseria e di supersfruttamento delle masse indigene proletarie e diseredate. Sulla base e a sostegno di quella denuncia, i comunisti internazionalisti agitano nelle masse la lotta concreta contro lo stato di oppressione e di supersfruttamento, in stretta sintonia con le generali rivendicazioni di classe operaia. Il lavoro di agitazione, propaganda e lotta politica su questi problemi porterà ad accentuare i caratteri di classe del movimento di lotta e quindi la sua unità di fondo con le lotte proletarie nei paesi oppressori. […]

Le forze borghesi nazionaliste, nei loro programmi, indicano come soluzione ai drammatici problemi delle masse la conquista della propria identità nazionale e della propria sede territoriale, sulla quale garantire eguaglianza di diritti, libertà di circolazione e in genere le libertà democratiche borghesi, che basterebbero, secondo loro, ad assicurare lo sviluppo e quindi il benessere per tutti. Esse legano al proprio carro politico le stratificazioni sociali e politiche che vorrebbero lottare contro l'imperialismo, accentuando i toni della propaganda parolaia contro l'imperialismo, per alimentare l'illusione che la liberazione nazionale, o comunque il conseguimento degli obiettivi nazionalistici, mini in qualche modo le basi dell'imperialismo, indebolendolo nei rapporti complessivi con le forze rivoluzionarie. La soluzione nazionale, viceversa non garantisce affatto la soluzione dei problemi ai quali rispondono i movimenti di massa in quei paesi. […]

Le formazioni di tutti gli stati nazionali finora verificatesi, proprio perché avvenute sotto l'egida e col sostegno di uno dei fronti dell'imperialismo, non ne hanno mai minato le basi, né hanno modificato i rapporti di forza col proletariato internazionale. […] Al contrario, l'unità delle masse sotto la bandiera nazionalista e dietro le direzioni politiche nazionali, rinforza il dominio imperialista stesso, in quanto sottrae al loro ruolo di antagoniste del capitale intere sezioni nazionali di classe proletaria. […]

La soluzione nazionale di per sé, con la creazione di uno stato non importa quanto democratico, nel mentre cozza con gli interessi dello stato precedentemente occupante o dominante, favorisce gli stati avversari sul piano della concorrenza imperialista per la spartizione del mondo in zone di influenza economica e politica. L'uscita dalla periferia di una metropoli, se indebolisce questa, rafforza quella avversaria, che immetterà il nuovo stato nelle proprie orbite periferiche.

Le organizzazioni comuniste nei paesi in cui è ancora vivo il "problema nazionale" non utilizzeranno dunque le rivendicazioni nazionali nella loro tattica di agitazione e propaganda, ma riprenderanno, anche nel lancio delle parole d'ordine e delle indicazioni di lotta i problemi di fondo, legati alla condizione materiale delle masse oppresse, che le forze politiche nazionalistico borghesi strumentalizzano ai loro fini controrivoluzionari.

Ai proletari e ai diseredati ai quali l'occupazione straniera appare come la causa dei loro mali, i comunisti non indicheranno la conquista dello stato nazionale, bensì la conquista di più umane condizioni di vita e di lavoro, l'unità di classe con i proletari di tutti i paesi, verso il comune obiettivo della dittatura del proletariato e del socialismo internazionale.

NZ

(1) Sul tema abbiamo prodotto negli anni molto materiale. Per un approfondimento delle tematiche, qui solo brevemente trattate, consigliamo la lettura di “Dalla questione delle lotte di liberazione nazionale alla lotta contro ogni forma di nazionalismo”, capitolo IV del libro “Settant’anni contro venti e maree”, edizione Prometeo. Molto materiale, a partire dalle Tesi del 1997, è reperibile sul nostro sito web. Sul sito web è anche possibile trovare un’ampia rassegna di articoli sulla Questione palestinese.

(2) Indipendenza nazionale e lotta di classe, Battaglia Comunista n.11-1946

(3) Con queste sottolineature Lenin colpisce i due estremi verso i quali si tende quando non si è capaci di “risolvere modo dialettico” la correlazione tra verità assoluta e verità relativa: il “relativista” Bogdanov da un lato ed il “materialista metafisico” Duhring dall’altro.

(4) Citazioni tratte da “Materialismo ed empiriocriticismo” (Lenin), capitolo II paragrafo 5. In questo paragrafo Lenin si rifà ampiamente ad Engles, (“Antiduhring”, prima sezione, capitolo X), dal quale riprendiamo la citazione successiva.

(5) (Lenin, Primo abbozzo di tesi sulle Questioni Nazionali e Coloniali).

(6) Bordiga, Prometeo, aprile 1924.

(7) Rosa Luxemburg dedica alla questione gran parte del terzo capitolo di “La rivoluzione Russa”. Il saggio della Luxemburg è un ottimo esempio di condotta rivoluzionaria, in quanto pone l’accento critico su alcuni punti della tattica e dell’azione bolscevica senza mai sminuire la portata rivoluzionaria del Partito Bolscevico, di Lenin e della Rivoluzione d’ottobre, così come invece faranno gli anarchici e gli stessi consiliaristi tedeschi.

Sabato, January 6, 2018

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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