L’economia americana è in recessione, crollano le borse, la guerra è alle porte

Prosegue l’onda lunga della crisi dei subprime travolgendo i mercati finanziari mondiali

Nelle ultime settimane gli indici delle piazze finanziarie internazionali hanno fatto registrare pesantissime perdite. Giusto per dare un dato che meglio di tanti altri sintetizza la gravità della situazione finanziaria: in una sola giornata di contrattazioni alla fine di gennaio, le borse del vecchio continente hanno bruciato qualcosa come 400 miliardi di euro.

I commentatori specializzati si sono subito affrettati a tranquillizzare i risparmiatori internazionali affermando che gli attuali scivoloni delle borse sono dettati esclusivamente da fattori speculativi contingenti. Per i corifei del capitale i fondamentali dell’economia reale sono solidi e pertanto presto le borse riprenderanno a correre dissipando nel più breve tempo possibile le nubi di pessimismo che si sono addensate nel panorama finanziario mondiale. Ma tanto ottimismo è effettivamente suffragato dall’andamento dell’economia internazionale oppure serve solo a nascondere quella che ormai si annuncia come la più grave recessione degli ultimi decenni?

Da una più attenta analisi sulla situazione dell’economica internazionale, fatta senza le bende agli occhi per non vedere la dura realtà e quindi difendere a tutti i costi gli interessi della borghesia, emergono tutte le contraddizioni che si sono accumulate in questi ultimi anni nei meccanismi di accumulazione del capitale. La crisi borsistica di queste ultime settimane testimonia che l’economia mondiale è avviata verso un periodo di grave recessione, il cui epicentro ancora una volta è da ricercare negli Stati Uniti. Quella che stanno vivendo le borse in queste settimane è una crisi che trae le proprie origini nel grande buco finanziario che si è creato in seguito alla crisi dei mutui americani, denominati subprime. Non è nostro intento riprendere in questa sede l’analisi sul crack del settore immobiliare.

Rinviamo il lettore ai numerosi articoli già apparsi sul giornale di partito e sulla nostra rivista teorica Prometeo sottolineando, però, come il mondo della finanza per l’enorme importanza che ha assunto nei processo di accumulazione del capitale, attraverso la produzione di capitale fittizio, ha degli strettissimi legami ed anche ricadute sull’andamento dell’economia reale.

Per meglio comprendere le dinamiche del capitale in questa particolare fase storica non bisogna considerare il mondo dell’economia reale e quello della finanza come due mondi distinti e separati ma fondamentalmente interconnessi e interdipendenti. Questo è tanto più vero quando consideriamo che il capitale impiegato nel mondo della produzione reale se non va ad estorcere a sufficienza plusvalore al proletariato mondiale non consente all’enorme massa di capitale finanziario di autovalorizzarsi finendo con l’ innescare, pertanto, quei meccanismi di svalorizzazione caratteristiche delle crisi finanziarie. Per rimanere nell’ambito delle formule utilizzate da Marx per spiegare l’intero processo, il ciclo D-D’, dove quest’ultimo è il capitale sotto forma di denaro, accresciuto rispetto ad un capitale iniziale più piccolo, non si compie se su scala internazionale non si estorce, a sufficienza, plusvalore dal lavoro proletario. Da qui le crisi che periodicamente investono i mercati finanziari internazionali. Nello stesso tempo, proprio a causa dell’enorme sviluppo del capitale finanziario e della forma del capitale fittizio, le crisi di borsa si ripercuotono in maniera nefasta anche nell’ambito della produzioni di merci.

Ad aggravare la crisi finanziaria che si è aperta con il crollo dei mutui subprime della scorsa estate sono i segnali recessivi che provengono dagli Stati Uniti. Nell’ultimo trimestre il Pil statunitense è cresciuto soltanto dello 0,6%, mentre le più negative delle previsioni attestavano la crescita abbondantemente sopra l’1,2%. Il 2007 si è chiuso con una crescita del prodotto interno lordo del 2,5%, dimezzatosi rispetto all’anno precedente. Questo è un segnale chiaro che l’economia più importante del pianeta annaspa e rischia di far scivolare nella recessione l’intero sistema capitalistico. Per cercare di dare ossigeno all’asfittica congiuntura la Federal Reserve, per la prima volta dopo il grande shock petrolifero degli anni settanta, ha abbassato per ben due volte, nell’arco di 10 giorni, il tasso di sconto, tagliandolo complessivamente dell’1,25%. Basta un taglio così netto al costo del denaro per rilanciare l’economia ed evitare una recessione nell’anno delle elezioni presidenziali? Se si valuta l’impatto, sull’economia, dell’abbassamento del tasso di sconto nel breve periodo è da escludere che gli Stati Uniti potranno evitare una pesantissima recessione.

Gli Stati Uniti non stanno vivendo una crisi di liquidità che viene affrontata con politiche generose da parte della banca centrale, bensì, da un lato, è l’intero apparato produttivo ad essere sottoutilizzato mentre i consumi, che rappresentano ben il 70% dell’intera economia, languono in quanto il tanto decantato ceto medio è stato di fatto proletarizzato e per molti versi scaraventato nella miseria più nera. Milioni di statunitensi rischiano di perdere la propria casa in quanto non più in grado di pagare il mutuo, sono privi di qualsiasi forma di assistenza sanitaria ed assistenziale ed ora vivono nell’incubo dei bassi salari, della precarietà e della disoccupazione. Nell’ultima settimana di gennaio è cresciuto di molto il numero di quelli che richiedono il sussidio per la disoccupazione - ben 375 mila - sfiorando quota 400 mila che è indicata dagli esperti economici come un attendibile segnale che l’economia è in recessione.

Infine per la prima volta dal 2001 il numero degli occupati negli Stati Uniti è diminuito: la grande macchina statunitense non è più in grado di produrre posti di lavoro, seppur precari e mal retribuiti.

Se i provvedimenti della Federal Riserve e il pacchetto fiscale varato di recente da Bush difficilmente eviteranno agli Stati Uniti una fase di recessione è pure vero che tali misure avranno degli impatti negativi sull’andamento del dollaro.

La moneta americana, proprio grazie all’abbassamento del tasso di sconto, è destinata a subire nei prossimi mesi una forte svalutazione nei confronti delle principali monete, in modo particolare dell’euro. Con la recessione alle porte, la svalutazione del dollaro, minando la propria leadership sui mercati valutari internazionali, può essere veramente letale per l’imperialismo statunitense.

E non è assolutamente un caso se all’avanzare della crisi i rulli di tamburo della guerra fanno sentire sinistramente il loro suono.

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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